Beautiful Things: il film che vi farà venire voglia di essere Greta Thunberg

Beautiful Things è il debutto alla regia di Giorgio Ferrero. La trama, costruita sul modello del documentario, racconta di come l’uomo si stia lasciando prendere la mano dalle sue manie di consumo. L’unico membro accreditato del cast è Van Quattro. Ecco la nostra recensione.

Chi l’ha detto che al centro di un documentario, in un modo o nell’altro, ci debbano finire gli esseri umani?

Senza titolo-16

Va be’, non saprei. Però di certo non la pensava così Giorgio Ferrero quando ha deciso che, per terminare la sua esperienza alla Biennale College 2016, avrebbe realizzato uno pseudo-docu sulle “belle cose” – Beautiful Things, appunto, arrivato nelle sale italiane solo nel 2019 – di cui ci circondiamo ogni giorno; da cui veniamo assediati ogni giorno; e che a una certa butteremo, sfiancati, nel bidone dell’immondizia generica. Tra horror vacui, residui di magazzini industriali, e vergognosi programmi tv sulle proprie ossessioni, Ferrero si recupera infatti uno spazietto, piccino piccino, per presentarci in modo assolutamente non convenzionale l’universo delle buone cose di pessimo gusto. O meglio, che diventano di pessimo gusto una volta che entrano a far parte delle nostre vite.

l

Così, attraverso quattro fasi narrative – corrispondenti ad altrettanti stadi del “ciclo delle cose” – il regista ci inserisce in uno strano mondo di desolazione, dove il senso di vuoto ci assale solo quando sentiamo parlare gli esseri umani che lo popolano, per la precisione uno per scenario. Quattro uomini che vivono in simbiosi con l’ambiente in cui vengono ritratti, ma le cui parole sembrano cadere nel silenzio, arrivandoci solo nella misura in cui le loro onde sonore rimbalzano contro “le cose”. Questi individui sono lì per raccontarci la loro vita, e, come guide turistiche, narrarci della bellezza del luogo in cui sono collocati. Eppure alla fine, manco a dirlo, non riescono a convincerci.

Senza titolo-17

In effetti Beautiful Things non è un documentario. Non veniamo nemmeno informati della collocazione geografica delle scene, e nemmeno se questo sia rilevante alla narrazione. Non sappiamo se i protagonisti siano reali, o perché uno di loro continui a mischiare un’indefinita lingua orientale con lo spagnolo e l’inglese. Non importa. Beautiful Things è una sinfonia di morte e resurrezione, che decentra la visione che noi, i creatori, abbiamo di solito delle “cose”. Le cose ci servono, perciò le creiamo. Le cose vengono usate, o perdono di importanza; magari si rompono. Vengono accantonate. Le cose si dissolvono, ma solo per diventare materia prima di altre cose, sempre più grandi, invasive, colorate, tanto per gli spettatori, quanto per la macchina da presa. L’uomo è allora doppiamente un granello di polvere: davanti alla natura, nella quale ricerca il silenzio per riappacificarsi con se stesso, e di fronte, sotto, nel mezzo delle cose, che usa quali templi sacri per la ricerca di questa comunione con il tutto.

Senza titolo-1

È una partita che stiamo perdendo, sembra volerci dire Ferrero. Se andiamo avanti così, finiremo per trovare felicità solo lasciandoci inglobare dalle “cose”. Per chi è invece dall’altro lato dello schermo, nel buio della sala si inizia già a essere un po’ straniti: primo, perché i suoni del film sembrano creare una realtà aumentata, facendo sentire, letteralmente, accerchiati; e secondo, perché dopo così tanti oggetti sullo schermo, la cosa più normale al mondo paiono i fili d’erba, il cielo azzurro, o quello punteggiato di stelle che, se avete la fortuna di essere seduti in una felice sala di campagna, incontrerete una volta usciti dall’edificio. Il film di Ferrero ha il merito di farci rendere conto che le “cose” esistono. E che se non contrattacchiamo in fretta, presto saranno tutto ciò che rimarrà di noi.

Enjoy!

Follow us:

ET

Annunci