“La Lunga Notte” non è una puntata perfetta. Ecco tutti gli errori.

Otto stagioni.
Otto lunghissime stagioni durante le quali noi fan abbiamo aspettato l’arrivo degli Estranei al di là della Barriera.
Otto eterni anni che sono stati presi, accartocciati, e buttati via senza un minimo di rispetto con l’episodio 8×03 di Game of Thrones.
Ma andiamo con ordine.

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È innegabile che lo show abbia, ancora una volta, dimostrato che anche la televisione può raggiungere dei livelli – parlo di tecnicismi – incredibili e che – se ci sono i soldi – non è impossibile raggiungere i livelli delle produzione cinematografiche hollywoodiane.
Quindi, prima che siate pronti ad avventarvi sul sottoscritto come i lupi su una carcassa, lasciatemi spiegare: ho visto l’episodio tre volte e tutte le volte mi sono emozionato. La prima volta ho addirittura pianto più volte.
E sapete perché?
Perché, preso dalla foga del momento, ho chiuso gli occhi su troppi strafalcioni narrativi. Ho fatto finta di non vederli perché mi faceva comodo non vederli.
Ma poi siamo arrivati alla resa dei conti e, in preda allo sconforto, ho dovuto constatare che le scelte infelici in questa “Lunga Notte” sono tante e piuttosto evidenti.

Che ne dite, ci affidiamo al buon elenco puntato per analizzare l’episodio?

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SPOILER ALERT

Lady Melisandre, personaggio trasformato da cinica sacerdotessa del Dio della luce ad accendino.
Sì, signori miei, questa è stata la fine che uno dei personaggi più importanti dello show, secondo gli showrunner, si è meritata.
Non una parola su cosa ha fatto in tutto questo tempo, non una parola tra lei e Davos sulla faccenda di Shireen, non un approfondimento su tutte le profezie che la Donna Rossa ha malamente sbagliato.
Melisandre è stata trasformata in un accendino perché gli showrunner non avevano la più pallida idea di che fine farle fare.
Le ragioni del suo estremo gesto in chiusura di puntata? Ce le dovremo immaginare.

Le cripte e l’infelice decisione di metterci dentro donne, nani, eunuchi e bambini.
Eppure Jon Snow ad Hardhome ci è stato. O mi ricordo male?
Jon Snow sapeva benissimo che il Re della Notte sapeva resuscitare i morti e trasformarli in soldati.
Eppure, maledetto lui, non ferma Sansa dal far nascondere tutti in quella che poi si rivelerà essere una trappola mortale.
Non è che ci volesse un genio a trovare una soluzione migliore.

I draghi.
Quando rendi dei personaggi troppo potenti, devi anche essere in grado di creare
delle situazioni che li mettano in reale difficoltà.
Ma non solo: le criticità incontrate devono essere ben pensate per essere al limite della perfezione.
Mi spiace dover constatare che la scelta della tempesta di neve sia un escamotage narrativo … debole.
Soprattutto perché, innegabilmente, le scene di combattimento con i draghi sono girate in modo confusionario e non danno mai allo spettatore la possibilità di capire in che punto del cielo siano collocati gli scontri tra le meravigliose creature sputa fuoco.

Samwell Tarly doveva morire.
Non giriamoci attorno. GoT nelle prime cinque stagioni aveva creato un mondo cinico e spietato, nel quale il minimo pericolo poteva risultare fatale per la sorte di un personaggio.
Niente salvataggi all’ultimo minuto, niente sopravvivenze rocambolesche: se un personaggio doveva morire, moriva.
Ma si sa, il fanservice fa miracoli e dunque, dopo le improbabili sopravvivenze di Arya e Jaime nelle scorse stagioni, eccoci qui a dover ammirare l’ennesimo suicidio della coerenza di questo universo narrativo: Samwell Tarly sopravvive a una battaglia con, relativamente, pochi aiuti, mentre gente del calibro di Jorah Mormont cade sotto i colpi dei nemici.

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Jon Snow è un ritardato.
Appollaiato sul groppone di Rhaegal, il nostro neo Targaryen scruta la battaglia che si sta svolgendo sotto di lui.
Incendiate la trincea” è ciò che Ser Davos urla ai suoi soldati, senza sortire il risultato sperato, visto che le frecce infuocate faticano ad appiccare l’incendio.
E Jon se ne sta fermo a guardare.
Va bene, forse da lì non riesce a sentire, ma una mano la potrebbe comunque dare, visto che i Non Morti stanno pian piano comprendendo come vincere le fiamme.
L’erede al Trono, però, preferisce star lì a guardare, immobile come una statua, finché la sua attenzione non si sposta sul Re della Notte.
Per non parlare, poi, di quando ruggisce contro Viserion.
Ma cosa pensavi di fare, o scricciolo d’uomo?

Un minimo di rispetto per chi segue la serie dal 2011, per favore.
Sarò sincero e senza peli sulla lingua: non mi interessa sapere che chi ha recuperato da poco l’intera serie apprezzi la scelta di terminare la storia del Re della Notte a metà stagione.
Non mi interessa perché io, nerd del cavolo che seguo la serie dal 2011, sono otto anni che vivo con l’ansia dell’arrivo degli Estranei.
Me lo avete detto in tutte le salse che sono loro il vero pericolo, che sono loro quelli di cui preoccuparsi e che i litigi degli uomini sono solo piccolezze in confronto alla reale minaccia che incombe da oltre la Barriera.
Tutto in fumo, anzi, in ghiaccio.
Per compiacere gli spettatori dell’ultima ora siamo arrivati al punto che la guerra per il Trono ha preso, narrativamente parlando, il sopravvento su quello che, a conti fatti, doveva essere il vero scontro finale, quello per la sopravvivenza.
Male, malissimo.

Il finale di puntata è perfetto – anche se di Arya parliamo più avanti – ma arriva al momento sbagliato.
I Lannister, l’esercito di Euron e quattro scappati di casa provenienti da Essos – e interessati solo al denaro – non sono una minaccia adeguata a un finale di serie.
Non prendiamoci in giro: invertire le vicende di Approdo del Re con la battaglia contro gli Estranei sarebbe stata la cosa giusta da fare, ma quando hai a che fare con due showrunner senza palle, le cose non possono che andare così.

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Il passato del Re della Notte ce lo possiamo sognare.
Trenta secondi. Ecco il tempo dedicato al background del primo degli Estranei. Trenta, miseri secondi tratti da una visione di Brandon Stark che spiega frettolosamente come i Figli della Foresta abbiano creato la prima creatura dagli occhi azzurri.
La morte del Re della Notte chiude per sempre la possibilità di saperne di più su di lui, sull’apprendimento delle sue arti negromanti, sul suo essere ignifugo e sulle motivazioni che l’hanno portato ad attaccare il Continente Occidentale.
Certo, prima o poi ci sarà uno spin-off dedicato e lui e quindi ecco spiegato tutto: ancora una volta il dio denaro vince su una sceneggiatura scritta bene.
Cara HBO, mi hai spezzato il cuore. Sappilo.

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Il Principe che fu promesso, ma che non arriverà mai.
Le cose sono due: o Melisandre è sfigata e ha fatto resuscitare Jon per nulla, oppure gli showrunner si sono dimenticati della profezia sul Principe che fu promesso.
Quindi adesso, dopo tutta questa epopea per scoprire le vere origini di Jon, mi state dicendo che l’incarnazione di Azor Ahai è Arya Stark?
Dopo che Melisandre ha forgiato Lightbringer per Stannis in persona?
Dopo che Jon è stato massacrato di pugnalate per poi tornare in vita?
In realtà un’altra possibilità ci sarebbe: Jon è il Principe che fu promesso, ma il plot verrà cambiato in corsa per adattarlo alla conquista del Trono.

Questo è ciò che mi ha portato a parlar male di questo episodio. Purtroppo sono un eterno nostalgico e nulla delle ultime due stagioni dello show è riuscito a procurarmi quel batticuore che mi ha accompagnato durante i primi anni della serie.
Ma tutto questo non toglie che, tecnicamente, siamo molto probabilmente di fronte all’episodio più spettacolare che sia mai stato realizzato in una serie TV: ottanta minuti che hanno definitivamente unito il mondo della televisione con quello del cinema, portando il primo prepotentemente ai livelli del secondo in modo praticamente definitivo.
Chapeau a tutti i tecnici, registi e costumisti che hanno lavorato a questo episodio.
Avete fatto la storia, guys!

 

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