Stanlio e Ollio, un biopic un po’ troppo edulcorato

Nelle sale italiane è appena arrivato il biopic sul duo comico più famoso di sempre: Stanlio e Ollio.
Diretto da Jon S. Baird, la trama del film narra le vicende di Stan Laurel e Oliver Hardy alla prese con il loro ultimo tour prima della separazione definitiva.
Nel cast: Steve Coogan, John C. Reilly, Shirley Henderson e Nina Arianda.
Ecco la nostra recensione.

Il film inizia nel 1937 quando Stan Laurel e Oliver Hardy, impegnati nella produzione de I fanciulli del west, sono all’apice del loro successo. Purtroppo i rapporti tra Laurel e Hal Roach (produttore storico del duo) sono tesi: da una parte la vita sregolata di Laurel provoca molti problemi d’immagine all’azienda di Roach, dall’altra l’ammirazione del produttore per Mussolini e la sua pretesa di farsi rimborsare i danni dallo stesso Laurel. Queste divergenze possono portare solo a una soluzione: Stan negozia un nuovo contratto con la 20th Century Fox per sé e per Oliver, mentre quest’ultimo, ancora sotto contratto con Hal Roach, deve girare un film senza lo storico compagno: Zenobia – Ollio sposo mattacchione.
Sedici anni dopo il duo è invecchiato piuttosto male: Oliver soffre di ipertensione, Stan è diabetico ed entrambi sono reduci da problemi di alcolismo. In cerca di fondi per girare un film su Robin Hood, i due accettano di fare una tournée teatrale nel Regno Unito e in Irlanda.

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La pellicola tecnicamente è ottima (il piano sequenza con cui si apre il film è di altissima fattura), ma spesso la regia non è così frizzante come dovrebbe essere e soffre di una certa pigrizia. Nulla da ridire, invece, sull’ottima fotografia messa in scena nel lungometraggio, che rende tutte le inquadrature perfettamente illuminate e comprensibili, senza mai rinunciare a gratificare l’occhio dello spettatore.
Il film punta tutto sull’interpretazione, e decide di schierare in campo due attoroni con gli attributi: Steve Coogan (nei panni di Laurel) e John C. Reilly (nei panni di Hardy).
Arriviamo così alla domanda a cui si cerca sempre di dare una risposta quando una pellicola è incentrata su due protagonisti: chi è stato più bravo?
Non è stato facile decidere, ma alla fine la mia scelta è ricaduta su Steve Coogan. L’attore britannico è stato nettamente più bravo a emulare le movenze e la goffaggine di Laurel rispetto a quanto il buon Reilly non sia riuscito a fare con Hardy. Sottolineo, per correttezza, che siamo a livelli di recitazione altissimi e che anche Reilly è stato bravissimo.

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Passiamo ora alla sceneggiatura. Se nella prima parte corre come un treno – e io adoro i film che corrono – nella seconda parte rallenta bruscamente per cercare di raccontare al meglio lo scioglimento definitivo del duo. Una scelta obbligata quanto infelice, poiché il freno a mano tirato in favore degli eventi provoca un fastidioso stordimento nello spettatore, il quale è forzatamente costretto ad adattarsi ai nuovi ritmi della pellicola.

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Un altro tasto dolente del film è l’eccessivamente ricercata volontà di raccontare la turbolenta vita dei due senza mai renderla troppo palese, come se si volesse a tutti i costi santificare i due protagonisti, ma allo stesso tempo raccontarne i loro lati oscuri. Il risultato è un insieme di frecciatine e riferimenti velati ai problemi dei due che non fanno altro che infastidire quegli spettatori che non conosco a memoria la storia di Laurel e Hardy e ne vorrebbero sapere di più. Aggiungo, inoltre, che non si fa mai riferimento allo stato di salute di Stan, il quale in quegli anni era gravemente malato, ma solo a quello di Oliver.

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Nonostante questo, il film è un ottimo biopic su Stanlio e Ollio che consiglio a tutti di vedere: che sia per passare un po’ di tempo in compagnia di vecchi amici o per farsene di nuovi, la pellicola di Jon S. Baird vi colpirà dritto al cuore, facendovi appassionare agli ultimi momenti di vita del duo comico più famoso di sempre.
Arrivedorci!

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