Ted Bundy – Fascino criminale è un film con un messaggio importante

È la storia di uno dei serial killer più famosi del mondo, quella raccontata da Joe Berlinger, già autore della miniserie firmata Netflix Conversazioni con un killer: il caso Bundy. Scelte molto particolari riguardano la trama di questo film, che vanta un cast davvero interessante e che vede protagonisti Zac Efron, Lily Collins, Kaya Scodelario e John Malkovich. Un film la cui recensione non può che riguardare anche la terribile storia di un uomo che resta ad oggi un mistero.

1989, Florida. Il sipario si alza sull’incontro fra Ted Bundy ed Elizabeth Kendall, in una piccola stanza di una prigione: non sappiamo nulla del perché Ted sia finito lì, non sappiamo che si trova nel braccio della morte da ormai dieci anni. Sappiamo solo che lui è da una parte del vetro, Elizabeth è dall’altra.

“Ti ricordi la sera in cui ci siamo conosciuti?”, gli chiede Liz.

Ed è così che la storia comincia.

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1969, Seattle. Ted incontra Liz in un bar: lui un giovane affascinante e brillante, lei una fanciulla insicura e madre single di una bambina di nome Molly. Sboccia un amore puro, fra i due, e Ted ben presto diventa parte integrante di una famiglia che Liz non avrebbe mai immaginato di avere. Sono anni felici, quelli di Liz insieme a Ted, ma questa felicità non è destinata a durare: nel 1974 cominciano a diffondersi notizie riguardanti diverse sparizioni che vedono coinvolte delle giovani donne e, dopo la divulgazione di uno schizzo del presunto assalitore, il nome di Ted Bundy entra a far parte della lista dei sospettati. È così che inizia per lui una serie di arresti fortuiti e fughe rocambolesche, che lo porterà al definitivo processo del 1979, in cui verrà accusato dell’omicidio di due studentesse e del tentato omicidio di una terza, a Tallahassee, Florida.

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Se vi aspettavate un film sul serial killer più famoso d’America, se vi aspettavate un ritratto realistico di violenza, condito dai particolari più macabri della vicenda così come si svolse – tra cui la necrofilia -, resterete forse un po’ delusi: la storia narrata da Joe Berlinger non è quella di uno spietato omicida, bensì quella di un uomo, brillante, carismatico, spiritoso, amorevole, un uomo che si dichiara innocente davanti alla corte, davanti alla stampa, un uomo di cui abbiamo soltanto il sospetto, ma mai la certezza, che abbia davvero compiuto i crimini di cui lo accusano. La scelta riguardo alla trama è particolare, inaspettata, quasi insolita: doveva essere un film crudo, come i crimini commessi, e non lo è, un film violento, come la storia ci narra, e non lo è. Dall’inizio alla fine veniamo trascinati da una corrente in cui siamo necessariamente immersi, quella in cui sappiamo chi è Ted Bundy, sappiamo quello che ha fatto, sappiamo che è colpevole… ma la nostra testa resta sempre fuori dall’acqua. Tutto il nostro corpo ci spinge a crederlo un mostro, ma ciò che vediamo con i nostri occhi, che capiamo con la nostra ragione, è che lui si dichiara innocente e così sembra.

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Purtroppo ci sono delle pecche nella sceneggiatura, il vero scopo del film lo capisci soltanto alla fine, quando ormai è chiaro qual è stato il sentiero che hai appena percorso, ovvero quello che l’America intera percorse in quegli anni: la colpevolezza di Ted Bundy arrivò soltanto alla fine, e così anche nel film la sua colpevolezza arriva soltanto alla fine. E allo stesso modo, alla fine scopri che questo film non è nato per raccontare la storia dei suoi crimini, perché in quegli anni non si è mai trattato di raccontare la storia dei suoi crimini: questo è un film sull’uomo che ha catturato l’attenzione mediatica dell’America intera e sul modo in cui ci è riuscito. Gli arresti completamente casuali, le fughe che sembrano frutto di una barzelletta, tutte cose che non vogliamo credere siano successe, ma che rappresentano la realtà dei fatti, si affiancano a una storia, quella dell’amore fra Ted e Liz, che purtroppo non regge il confronto con quella delle vicende di Ted in tribunale.

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Dovevano essere protagonisti insieme, Ted e Liz, ma la figura di lei non è che una macchietta, in confronto al personaggio di lui. E la loro storia, cioè il fulcro attorno a cui girano gli eventi della prima metà del film, finisce per risultare quasi noiosa, la prima parte del film un po’ troppo lenta, decisamente poco interessante, perché ciò che è davvero interessante, di Ted, non è il rapporto che ha avuto con Elizabeth Kloepfer – nel film Elizabeth Kendall, pseudonimo con il quale la donna pubblicherà un libro proprio sulla sua storia con Ted Bundy -, bensì il suo stesso essere, il suo modus operandi, sia con le vittime che davanti alle telecamere, la sua arroganza e il suo fascino, che cominciano ad emergere verso la metà del film, aprendo una seconda parte più dinamica e avvincente. Più o meno romanzata che sia, la storia fra Ted e Liz, a conti fatti, non ci importa: con o senza ragione, al personaggio di Liz non viene resa la giustizia che forse si meritava. Quello che cattura la nostra attenzione è Ted, solo e unicamente Ted.

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Lily Collins sta sbocciando, si sta raffinando come interprete, è sempre più credibile in ogni suo ruolo, e anche con Liz la sua è un’ottima performance: peccato che il personaggio ritratto nel film è al di sotto del suo potenziale. Decisamente più interessante appare il personaggio di Carole Boone, interpretato da una mimetica Kaya Scodelario, che sembra davvero riportare in vita quella che fu la più convinta sostenitrice di Ted e della sua innocenza, così convinta – e così innamorata – da sposarlo, durante il periodo in cui Ted era sotto processo.

Ma ancora più azzeccato per il suo ruolo appare John Malkovich, nei panni di Edward Cowart, ossia il giudice con cui Ted Bundy si confrontò durante il suo più importante processo: Malkovich è perfetto, nei panni del giudice Cowart, spiritoso, autorevole, quasi bizzarro, come spesso abbiamo visto l’attore nei suoi ruoli, ed è perfetto perché il vero giudice Cowart era esattamente così come viene riportato nel film.

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Così arriviamo al protagonista, a Ted Bundy e a Zac Efron, e arriviamo anche alla più spiacevole delusione, perché per quanto Efron sia lodevole nella sua interpretazione, purtroppo non è neanche lontanamente seducente quanto lo era il vero Ted Bundy, interessante quanto lui, disturbato quanto lui. La scelta che lo vede protagonista è abbastanza chiara, si voleva rendere l’idea di quanto effettivamente Ted Bundy fosse un personaggio che catturava le sue prede innanzitutto grazie al suo fascino: eppure Zac Efron, passatemi l’espressione, ha ancora i denti da latte. È ancora la star della Disney, è ancora il belloccio con tanti addominali e poco carisma. È troppo scontato. E Ted Bundy era tutto tranne che scontato. Dunque il film, che comunque ha poche pecche importanti, appare meno potente di quanto sarebbe potuto apparire, e sta più allo spettatore attento cogliere il suo vero significato, la sua importanza.

Perché Ted Bundy – Fascino criminale, contro tutto ciò che suggerisce il titolo italiano – siamo sempre così sorprendentemente imbecilli e deludenti nella traduzione dei titoli inglesi -, è un film importante.

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Extremely Wicked, Shockingly Evil and Vile, questo è il vero titolo del film, quello che rende davvero l’idea della sua importanza. Estremamente malvagi, crudeli in maniera scioccante e ripugnanti, così il giudice Cowart definì i crimini di Ted Bundy, quando si trattò di decidere se condannarlo alla pena di morte. Una definizione che lasciò il segno nella storia di un uomo che fino a quel momento era apparso come una rock star sul suo palcoscenico, il protagonista indiscusso di uno spettacolo che lo vedeva al centro della sala del tribunale, un attore che sorrideva alle telecamere, faceva l’occhiolino al pubblico, talmente scaltro, talmente abile, talmente lontano dalla figura che l’accusa cercava di dipingergli addosso, da ricevere il sostegno di giovani fan innamorate di lui, ragazze uguali a quelle che, in modo così spietato, Ted Bundy aveva massacrato.

Il film non si allontana da quella che fu la realtà dei fatti: gli arresti, le fughe, il processo, l’attenzione mediatica, tutto si svolse esattamente come ci viene presentato. Sembra assurdo, sembra impossibile, ma è così: Ted Bundy era questo attraente, brillante giovane, che riuscì a conquistare il cuore delle persone, nonostante il terrore che l’idea dei suoi crimini suscitava.

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Ted Bundy – Fascino criminale è un film importante perché ci sbatte in faccia una cruda, terribile realtà, una realtà che tutti noi consideriamo così lontana dalla nostra quotidianità da crederla talmente assurda da essere adatta a un film. Ed è anche per questo motivo che il consiglio è quello di dare un’occhiata alla miniserie diretta dallo stesso Joe Berlinger, Conversazioni con un killer: il caso Bundy, perché in queste quasi quattro ore di documentario emerge il vero mistero di un uomo la cui malvagità nessuno mai fu in grado di spiegare, un mistero che comunque è già abbastanza soddisfacentemente ritratto nel film. L’importanza di questa storia va oltre la pellicola cinematografica, l’importanza di questa storia riguarda i limiti dell’umano, quello che mai vorremmo credere che una persona sia in grado di fare, i più reconditi e perturbanti angoli di ciò che chiamiamo umanità.

Uno spreco di umanità, è così che il giudice Cowart si rivolse a Ted Bundy, dopo aver confermato la condanna alla pena di morte. La scena forse più toccante del film, il momento più drammatico e terribilmente emozionante di tutta la vicenda di Ted Bundy: il giudice che, palesemente scosso, considera quello di Ted semplicemente uno spreco di potenziale, la sua una mente brillante che ha preso la strada sbagliata. Un mistero che in molti hanno provato a indagare, ma che mai verrà risolto: quello di una mente brillante che ha preso la strada sbagliata.

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E allora sta proprio in questo l’importanza del film, ci apre a una questione che nessuno mai vorrebbe affrontare: la questione di quelle persone ai limiti dell’umano che sembrano fin troppo umane. Vogliamo poter dire che sappiamo identificare queste persone pericolose, queste sono le parole con cui si conclude il documentario, disponibile su Netflix. La cosa davvero spaventosa è che non puoi identificarle. Le persone non realizzano che ci sono dei potenziali killer in mezzo a loro. Come possiamo vivere in una società dove le persone che amiamo, con cui viviamo, con cui lavoriamo e che ammiriamo, domani potrebbero rivelarsi le persone più diaboliche che si possano immaginare?

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Cecilia

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