I Morti Non Muoiono è il migliore omaggio agli zombie della storia del cinema

Il nuovo film di Jim Jarmusch è un enorme omaggio o, per meglio dire, compendio di tutta la cinematografia zombie mai uscita dal 1968, anno della proiezione de La notte dei Morti Viventi, primo zombie movie della storia del cinema, ad oggi.Il regista decide di lavorare con un cast di vecchi amici, come Adam Driver, Iggy Pop, Tom Waits, Tilda Swinton e Bill Murray e nuovi volti, come Selena Gomez, Chloe Sevigny e Steve Buscemi.

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Non ho mai nascosto la mia passione per Jim Jarmusch e almeno metà della sua cinematografia è nel mio olimpo personale dei film preferiti di sempre.
La sua grandezza, a mio avviso, è data dal fatto che, pur avendo sempre analizzato l’essere umano sotto un punto di vista esistenzialista e nichilista, è sempre riuscito a spaziare tra i generi e a raccontare storie sempre diverse e cariche sia di forza narrativa che, specialmente, visiva. I suoi due film più riusciti, comunque, credo siano “Solo Gli Amanti Sopravvivono” e “Dead Man”.
La sua ecletticità è  manifesta soprattutto nel film che andremo ad analizzare oggi, dal momento che ha deciso di portarci un suo “mega giocattolone” completamente inserito nel genere per eccellenza: l’horror.
Avventuriamoci in questa recensione con la canzone che fa da sfondo a tutto il film: armatevi di cappello da cowboy, spighe di grano e ricordate sempre “uccidete la testa“.

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Il film inizia con Adam Driver e Bill Murray che vanno nei boschi a trovare Eremita Bob (Tom Waits), accusato da Steve Buscemi, campagnolo super repubblicano con tanto di cappello “Make America White Again“, di avergli rubato un pollo. Tom Waits li caccia via in malo modo e l’attenzione si sposta nel cafè della cittadina in cui si svolge la vicenda, “Centerville“, tipica località campagnola dove tutto fila liscio, tutti conoscono tutti e non succede mai niente di grave, con Iggy Pop seppellito nel cimitero locale. Ok.
Alla radio del cafè si sente la notizia che porterà alla catastrofe: la terra si è spostata dall’asse, cambiando completamente il ciclo notte/giorno, alterando il comportamento degli animali e, soprattutto, RISVEGLIANDO I MORTI! ZAN ZAN ZAN!
*musica molto forte che fa spaventare un sacco*

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Partiamo dai tecnicismi.
Jarmusch ha sempre avuto una grazia particolare nell’utilizzare la macchina da presa e anche qui ci troviamo davanti a intensificazioni di immagini e sequenze grazie a dei rallenty di una morbidezza unica, marchio di fabbrica del regista che sa sempre scegliere con oculatezza i momenti migliori sui quali porre l’accento.
La sua direzione degli attori è stata impeccabile, dimostrando come si stesse divertendo lui in primis a girare questa sua opera.
La caratterizzazione dei personaggi è la tipica dei film horror in cui si cerca di mostrare le varie sfumature della società che ci circonda, creando un microcosmo dove tutti i nostri vicini coi quali abbiamo contatti quotidiani sono rappresentati. In questo tipo di film è usuale definire bene i personaggi, delineando (al limite dello stereotipo) in maniera specifica i comportamenti di coloro i quali compongono la vicenda. E’ necessario, infatti, rappresentare tutti i mostri (o angeli) che abitano il nostro mondo, per raccontarlo nel miglior modo possibile.

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All’inizio ho definito questo film un “mega giocattolone“, perché?
Non è mai stato nascosto al pubblico che questo film fosse stato fatto come un grande omaggio sì alla cinematografia zombie, ma soprattutto a George Romero. Non ho bisogno di spiegarvi chi fosse Romero, giusto? Vi basti pensare che è l’inventore dello zombie moderno e non solo, ma anche il precursore dell’horror moderno, dato che i canoni del genere ebbero una svolta totale dopo l’uscita del suo “La Notte dei Morti Viventi” e del film di Roman PolanskiRosemary’s Baby“. Prima di questi, infatti, l’horror era segregato in magioni e vecchi castelli, quasi sempre in epoca Medievale, Vittoriana, o comunque mai nella contemporaneità. Questi due film inserirono l’horror all’interno della nostra società e del nostro tempo, rivoluzionando totalmente i canoni della settima arte.

Gli omaggi alla cinematografia horror si sprecano e, al di là delle situazioni e dei cliché dei film di zombie ai quali siamo abituati (come i comportamenti dei personaggi, i dialoghi e il susseguirsi di eventi tipici del genere), ci troveremo, ad un certo punto, a giocare davanti allo schermo a cercare di cogliere il maggior numero di citazioni possibili, soprattutto visive e iconografiche. Basti pensare che in una stazione di servizio (altro tipico ambiente da film di zombie) il proprietario, Bobby, ha una maglietta di Nosferatu, spille di film horror (tra cui quella de La Notte Dei Morti Viventi), poster di altri film horror alle sue spalle (tra cui La Cosa di John Carpenter) e la chicca finale: un frigorifero Algida che pubblicizza dei cornetti.
Non c’è solo un continuo rimando alla cinematografia zombie degli ultimi 50 anni, ma anche critica sociale, rappresentazione dell’essere umano davanti ad una catastrofe, ma soprattutto la follia. A partire dalla “scozzeseTilda Swinton, che con la sua spada da samurai taglia le teste a tutti gli zombie che incontra, finendo con dei dialoghi meta-cinematografici e con nel mezzo eremiti profeti e Iggy Pop zombie che beve litri di caffè.

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Questo film non è decisamente il migliore del regista, ma credo che questo non fosse il suo intento fin dall’inizio. Possiamo, però, percepire quanto Jarmusch si sia divertito nel realizzare questa pellicola, circondandosi di vecchi e nuovi amici, come ad una grande festa, in cui l’importante è la celebrazione e il divertimento, più che il fine ultimo della riunione in sè. Ciò detto, è comunque uno dei migliori film di zombie degli Anni ‘2000.
Voi cosa ne pensate? Anche voi vi siete divertiti come dei bambini davanti a questo film? Parliamone.
Dōmo arigatō, e alla prossima!

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