Chalamet è l’unica cosa bella in Beautiful Boy

Beautiful Boy è l’ultimo film di Felix Van Groeningen, presentato alla scorsa Festa del Cinema di Roma. La trama racconta la lotta di un padre contro la tossicodipendenza del figlio. Nel cast anche Steve Carell, Timothée Chalamet, e Maura Tierney. Ecco la nostra recensione.

Beautiful Boy è la storia vera della tossicodipendenza di Nicolas Sheff, diciottenne californiano, e dei continui tentativi del padre, David, di reinserirlo nel seminato di una vita regolata. Nicolas è un giovane avvenente, intelligente, con tutte le carte in regola per essere la prossima rivelazione del mercato letterario mondiale. Vive con il padre, la compagna Karen, e i figli che i due hanno avuto insieme, una famiglia felice, che lo ha sempre solo amato e incoraggiato. Non è facile, dire quale sia il problema di Nic, forse un vuoto, un enorme buio che il ragazzo dice di sentirsi dentro, e che finora è riuscito a riempire solo con la droga, quella pesante.

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A fronte di tanta insondabilità psicologica, è invece assolutamente immediato rilevare ciò che nel film non funziona. La noia attanaglia le viscere dopo – a spanne – una mezz’oretta da che ci si è seduti in sala, e quando arriva quello che intuiamo essere il turning point, il giro di boa, insomma, la metà del film, vorremmo poter sbuffare e uscire nel tepore serale, a scialacquare meglio il nostro tempo nell’attenta ispezione di uno Spritz.

Non c’è corpo, nella narrazione dell’opera di Van Groeningen. Le scene sono attaccate una all’altra laconicamente, e la disorganicità colpisce anche i personaggi, che conversano per stereotipi in dialoghi un po’ raffazzonati e un po’ finti, che spingono a chiedersi come abbia fatto, questo tizio, a non doversi nascondere nel buio dell’indie più becero, o come sia possibile che abbia precedenti produzioni all’attivo. Come se non bastasse, la colonna sonora è tanto finta da risultare irritante: i brani, non originali, vengono tagliuzzati di qua e di là per poi essere inseriti su scene con cui nulla hanno in comune, tentando di instillarvi una pateticità suppletiva che, a quanto pare, la messinscena non era in grado di fornire.

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C’è però una consolazione, in questo deserto cinematografico, ed è la splendida performance che ci regalano i due attori di punta. Steve Carell, nella parte di David, è un perfetto padre disorientato, che sa nutrire ogni espressione del dissidio tra la consapevolezza di dover far imparare la lezione al figlio e l’amore profondo e incondizionato che gli porta. Timothée Chalamet, dal canto suo, fa rivivere in Nicolas quella incantevole combinazione di forza e grazia innocente con la quale aveva interpretato Chiamami col tuo nome, e basterebbe lui, con la sua struggente interpretazione della dipendenza, a tenere in piedi tutto il film.

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Quanto è bello?

Cosa che evidentemente non è possibile. Ed è proprio per questo, che Beautiful Boy è un buco nell’acqua. Non solo la regia è povera; non solo le musiche sono inutili; non solo, e dico, non solo un rozzo sentimentale parla con più profondità di così. Ma viene anche da chiedersi se Van Groeningen abbia, tutto sommato, le idee ben chiare su che cosa significhi fare un film. Perché non puoi volere i migliori attori sulla piazza, se hai in serbo per loro delle parti da nanerottoli.

Enjoy!

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