Il reboot de La bambola assassina? Poteva andare peggio

La bambola assassina di Lars Klevberg è un reboot dell’omonimo film del 1988. La trama vede un giocattolo tecnologico impazzire, sottraendosi al controllo degli esseri umani. Nel cast anche Aubrey Plaza, Gabriel Bateman, e la voce di Mark Hamill. Ecco la nostra recensione!

Poteva andare peggio, il tentativo di reboot del film ex-campione di incassi La bambola assassina (Tom Holland, 1988) diretto da Lars Klevberg, regista che ha fatto recentemente uscire nelle sale l’horror Polaroid. Se infatti la pellicola degli Ottanta portava in scena un giocattolo assetato di sangue per motivi strettamente personali (era posseduto tramite rito voodoo dallo spirito di un serial killer in cerca di un nuovo corpo in cui insediarsi), qui entrano in gioco componenti più numerose, e al passo con i tempi, confezionando uno scary movie da mercato con tutti i crismi del genere, partendo dall’ambientazione stessa della vicenda.

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Andy e Karen, madre e figlio, abbandonati dal padre, hanno appena traslocato, e vogliono che questo sia per loro l’occasione di un nuovo inizio. Non navigando nell’oro, Karen prende la palla al balzo quando una cliente insoddisfatta riporta al negozio di giocattoli in cui lavora un esemplare di Buddi, avveniristico compagno di giochi e tuttofare, denunciandone alcuni malfunzionamenti, e lo porta a casa come sorpresa per Andy. Buddi è prodotto dalla Kaslan, multinazionale dell’informatica che produce tutti quei dispositivi che servono per trasformare un’abitazione in una smart home, dispostivi con cui Buddi si può collegare e scambiare dati. E il “fattaccio”, motore dell’intera vicenda, avviene proprio negli stabilimenti produttivi della Kaslan, dislocati in un Vietnam tanto tempestoso da sapere ancora di napalm, dove un impiegato, furioso per essere appena stato licenziato, modifica i codici di programmazione di uno dei Buddi, rendendolo, appunto, “difettoso”, disinibito; capace di fare il male.

Ecco a voi Chucky, bambola terrificante 2.0, incarnazione ipertrofica di un Grande Fratello contemporaneo, proprio quella, ovviamente, che viene regalata ad Andy, del quale il giocattolo si professa subito essere ben più che un migliore amico, arrivando a fare qualsiasi cosa per la felicità del suo compagno. Qualsiasi cosa.

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La critica sociale di cui il genere del terrore si fa tradizionalmente portatore diviene così, nel nuovo secolo, un campanello d’allarme rivolto al modello di vita costantemente online, perpetuamente interconnesso, di cui si fanno portatori i colossi del web come Google, ma anche gli sviluppatori di intelligenza artificiale o i proprietari dei siti di e-commerce come Amazon o eBay, dove una singola scintilla potrebbe portare all’Apocalisse. Che cosa succederebbe, per esempio, se robot & simili iniziassero a imparare dall’uomo non solo il Bene, ma anche il Male? Quali rischi si corrono mettendo la propria vita in mani alle macchine? La sceneggiatura a firma di Tyler Burton Smith vuole offrirvi le peggiori risposte possibili a queste domande, e molte altre.

Ci si sente correre i brividi lungo la schiena, e non è per la comunque adeguatamente generosa dose di sangue e budella che ci viene servita. Il boccone viene però addolcito da una generosa spolverata di battute, umorismo e personaggi che flirtano con la caricatura, fondamentali nel dare brio e ritmo a una narrazione che riesce così a risultare morbida e godibile, assicurando un’ora e mezza di rispettabile industria dell’intrattenimento, incartata in una fotografia che sa un po’ di caramella, e un po’ di cartone animato.

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Se quindi il precedente Polaroid non era riuscito a convincere, La bambola assassina segna invece una voce in positivo sulla fedina penale di Klevberg, vincendo la sfida contro la banalità e il deserto qualitativo che spesso piagano remake e reboot. Come avevamo detto all’inizio, insomma, poteva andare peggio.

Enjoy!

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