La mia vita con John F. Donovan è il film che nessuno vorrebbe vedere

La mia vita con John F. Donovan è l’ultimo film di Xavier Dolan uscito nelle sale italiane. La trama ripercorre la vita del “famoso” attore Donovan. Nel cast anche Thandie Newton, Kit Harington, e Jacob Tremblay. Ecco la nostra recensione!

Sarà che sono un’incompetente alle prime armi, ma io la magistralità dell’ultima ambiziosa (altrui parole) opera di Xavier Dolan (prima delle sue girata in inglese) proprio non l’ho capita. Le cose, ne La mia vita con John F. Donovan, questo il titolo del film, funzionano più o meno così: Thandie Newton, nel ruolo di una corrispondente giornalistica da fronti caldi, entra in un caffè. Attende un po’ snervata l’arrivo di Rupert Turner (Ben Schnetzer), fenomeno attoriale del momento, per un’intervista dell’ultimo minuto che con i suoi temi usuali non c’azzecca davvero nulla. Lei parla di Siria, catastrofi umanitarie, apocalissi ambientali, e mostra un palpabile scetticismo verso ciò di cui Turner dovrebbe parlarle: il suo rapporto epistolare, ora tramutato in libro, con John F. Donovan, ex-beniamino delle scene deceduto prematuramente in circostanze poco chiare. Si apre così la diga del tempo, e la pellicola, che viene introdotta dalla morte stessa di Donovan, procede per ricordi alternati dei due protagonisti – Donovan stesso, interpretato da Kit Harington, e Rupert bambino – fino a raggiungere nuovamente il punto di partenza.

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Le premesse dell’operazione potevano essere, effettivamente, parecchio interessanti. Basta infatti soffermarsi un attimo su un paio di nomi per capire che il giovane regista canadese, sul cast, ha tirato davvero pesante, riunendo in un sol luogo Susan Sarandon, Kathy Bates, e Natalie Portman, giusto per ricordare alcuni nomi. La fotografia viene gestita da André Turpin, collaboratore di Dolan anche per Mommy e Matthias e Maxime, che conferma quel sentore d’haute couture sartoriale, di cappelliera nitidamente confezionata, che il regista ha assunto a personale cifra estetica. La scelta del fu Jon Snow per la parte del tenebroso idolo delle folle è quasi obbligata, e John Donovan è un personaggio palpabilmente cucito su misura per Harington. Forse persino troppo.

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Perché si nota, un po’, quando ci si distrae dagli oggetti blu e dalle ombre bronzate che inondano lo schermo, che i personaggi hanno un po’ del fantoccio. Harington è un buon John Donovan perché sembra saper fare solo quello. E la statura del resto del cast appare del tutto inadeguata per i caratteri che si richiede loro di portare in scena: figurine sciape, slavate, che conversano per battute prevedibili e superficiali, abbellite solo dall’abile mimica facciale di nomi importanti del cinema contemporaneo. Unica eccezione rimane la versione bambina di Turner, interpretata da un dolcissimo e perfetto Jacob Tremblay (l’avete già visto in Room); peccato che anche i dialoghi scritti per lui rimangano un po’ edulcorati. Non è poi buon costume, di norma, fare le pulci in casa al regista, accusandolo di essere uno stupratore se il suo film parla di stupratori, o immaginandocelo come un romanticone sfoglia-margherite se le sue storie ruotano attorno ad amanti disperati e passionali. La mia vita con John F. Donovan, però, sembra non lasciarci scelta.

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Tra macabre mitologie di massa sulla bella morte dell’animo giovane e titanico, schizofrenici artisti intolleranti al successo, e il difficile inserimento in una società chiusa e monopensante, ci si sente un po’ violati, guardando questo film, e allo stesso tempo presi per il naso. Perché l’unica cosa che continua a ronzare nella testa per due ore di proiezione è che questo qua ti sta usando come psicanalista gratuito, buttandoti in faccia tutti i suoi demoni. Di per sé ciò sarebbe accettabile. Ma è il fatto di accorgersene che è eloquente: un’asticella è stata superata, e La mia vita con John F. Donovan diventa così un film terribilmente noioso, per nulla empatico verso lo spettatore. È un po’ come quando un vostro amico vi racconta davanti a un bicchiere di vino buono i suoi tormenti esistenziali. Li capite con la testa, non con il cuore. E non ve ne andate giusto perché sapete che quella persona ha bisogno di voi, e perché c’è un certo tenore alcolico a rendere tutto più sopportabile. Forse quello che manca al film di Dolan è solo una bella sbronza preventiva.

Enjoy!

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ET

 

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