La Casa di Carta 3 è una figata paurosa

Non poteva non proseguire con una terza parte, la serie evento spagnola targata Netflix che ha letteralmente conquistato il mondo. E bisogna ammettere che, per quanto ci possa sembrare già vista, la trama non stanca mai e riserva sorprese che neanche potevamo immaginarci. Con un cast ormai diventato iconico, la resistenza indossa di nuovo la maschera di Dalì per una terza parte esplosiva che lascia intendere una cosa ben chiara: questo è solo l’inizio. A voi la nostra recensione.

Sembrava il finale perfetto, ma il paradiso non può mai durare a lungo. Poveri loro, ci viene da dire, ma meglio per noi, dato che l’infrangersi del sogno della banda di vivere ricchi e felici per il resto della loro vita ci regala una terza parte che batte tutte le aspettative e conferma la serie come uno dei prodotti più affascinanti degli ultimi anni.

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Tutto ha inizio su un’isola dei Caraibi, il paradiso assegnato dal Professore a Tokyo e Rio. E già questo dovrebbe farci drizzare le antenne: quando si tratta di questi due, i casini sono assicurati. E infatti è così che comincia la nuova avventura della resistenza mascherata, con la cattura di Rio che porterà il Professore a riunire la banda per compiere un ultimo colpo, con il quale, si spera, riusciranno a riprendersi il compagno perduto. E dunque benvenuti. Un’altra volta. Ma ora non si scherza più: ora la guerra è contro il sistema e a proteggere quel sistema c’è un ispettore spietato e senza scrupoli, che metterà in crisi il Professore come mai si sarebbe potuto immaginare. Non si tratta più di sfidare lo Stato con una maschera sulla faccia: questa è guerra aperta.

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Il binge watching, diciamocelo, è assicurato: guardare la prima puntata non basta, bisogna vedersi anche la seconda, ma ancora non ci siamo. Sono soltanto otto puntate, una corsa di cui già si vede il traguardo: e questa terza parte si conferma all’altezza delle prime due, finendo per tenere lo spettatore incollato allo schermo come se fosse un drogato e questa serie la sostanza da cui dipende. Perché la verità è che La Casa di Carta è una di quelle serie di cui non ci si può stancare: che lo stesso schema di base venga preso e riproposto cento volte, noi per cento volte ce ne inebrieremo, in attesa del colpo di scena inaspettato, impazienti di scoprire quale delle due parti è un passo avanti rispetto all’altra, di capire se il disastro a cui stiamo assistendo non fa che parte del piano ed era stato previsto dal Professore.

Perché è chiaro che lo schema viene riproposto, loro sono ladri e agiscono secondo modalità ben precise: ma che importa non è il che cosa viene proposto, bensì il come. Il che cosa lo conosciamo: le maschere di Dalì, le tute rosse, le dinamiche fra i personaggi, il colpo alla Banca di Spagna. Ma è il come che stupisce sempre, che riesce sempre a sorprendere e a farci appassionare, il come di una serie che è veramente diventata un’icona.

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Sul come ci siamo. Ci siamo davvero. Ci aspettavamo forse una delusione, la attendiamo puntata dopo puntata, dentro di noi crediamo che prima o poi arriverà il momento in cui tutto diventa noioso, ripetitivo, già visto, già sentito: ma quel momento non arriva mai. E all’improvviso ci accorgiamo di avere appena visto gli ultimi secondi di quella che è la puntata conclusiva e non ci resta altro da fare che esplodere.

È vero, Palermo ci ricorda tanto un Berlino che tuttavia non è all’altezza del suo predecessore: ma andiamo, chi di noi non ha amato questo nuovo personaggio, con tutti i suoi difetti, tutte le sue idee assurde? E poi, il nostro amatissimo Berlino c’è ancora, ed è insostituibile. È altrettanto vero che Nairobi si ripropone come la paladina del matriarcato, ma chi ha il coraggio di lamentarsi di lei, il personaggio femminile più spettacolare e amato della serie?

Chiaro è che una cosa poteva cambiare: Tokyo poteva essere meno idiota, ma ehi, non si può avere tutto dalla vita.

Quindi sì, certo, Tokyo è sempre Tokyo, Nairobi è sempre Nairobi, il Professore è sempre il Professore, tutti quanti restano se stessi, che cavolo pure Arturito purtroppo è ancora Arturito, noi che speravamo così tanto di non rivederlo mai più nella nostra vita: ma questo è ciò che ci piace, questo è ciò che vogliamo alla fine. Rivederli tutti quanti dentro a quelle tute rosse.

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Un aspetto non viene ripreso, tuttavia: il nemico. Se per il colpo alla Zecca di Stato il Professore e la banda hanno avuto a che fare con un nemico che tutti sapevamo sarebbe stato sconfitto, questa volta le cose si fanno serie e il nuovo ispettore è tutt’altro che prevedibile. Alicia Sierra è uno di quei personaggi che si fanno odiare a tal punto che finisci per amarli, nei panni del cattivo; è decisamente una delle novità migliori della terza parte, un personaggio interessante, divertente e veramente degno avversario del Professore. Un cattivo coi controcoglioni, diciamo dalle mie parti. Ed è anche grazie a lei che questa terza parte lascia spesso col fiato sospeso.

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Tra donne potenti e sfida allo Stato, chi vuole può trovare in questa terza parte un’autentica espressione di resistenza, ancora più evidente che nelle prime due, una resistenza nascosta finemente da una maschera di Dalì. Ma chi non vuole farlo, chi non vuole buttare tutto sulla politica, sulle lotte di genere, chi non vuole impegnarsi socialmente mentre guarda una serie tv, può stare tranquillo, perché La Casa di Carta si conferma una lotta contro il sistema, ma una lotta che è nel modo più assoluto lontana dall’essere un onere per lo spettatore e dalla pesantezza a cui ultimamente siamo costretti fin troppo spesso nelle sale dei cinema. Ognuno può vederci quello che vuole, insomma. E così si può anche scegliere di vedere semplicemente un gruppo di persone molto strane che fanno i ladri.

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È chiaro che le cose si faranno sempre più serie, adesso: le maschere sono state tolte, i colpi sono diretti ai punti deboli di ognuno di loro, basta semplicemente trovarli. E così il futuro della serie si prospetta, oltre che assicurato, nei termini di una lotta all’ultimo sangue e senza esclusione di colpi. Perché la guerra è iniziata e siamo sicuri che ci aspettano grandi cose, siamo sicuri che per la quarta volta non resteremo delusi. Questa serie è fatta per farsi amare, è fatta per far impazzire il pubblico, costruita appositamente per non spezzare mai il ritmo, mai, è incalzante, è ipnotica, è vicina a tutti noi, perché loro sono noi, loro sono il popolo. La gente ci amerà, dice il Professore, ed è la verità.

E oltre a questo, com’è giusto che sia, la serie sta crescendo con la trama, la regia si fa più raffinata, la fotografia più accorta, il cast più esperto nei panni di personaggi che nessuno si scrollerà di dosso facilmente. Dunque tutto lascia pensare che la prossima parte – l’ultima, chi lo sa? – sarà all’altezza delle precedenti e di certo altrettanto ipnotica.

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Cecilia

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