Midsommar è il film perfetto per turbare la tua estate

Ari Aster torna, un anno dopo Hereditary, per sconvolgerci nuovamente in questi torridi giorni d’estate. Il suo studio dei comportamenti, con annessi approfondimenti antropologici, saranno stati in grado di soddisfare le aspettative create dopo un buonissimo esordio nelle sale? Per riuscire in questa impresa si è avvalso di un cast di attori che comprendono Florence Pugh, Jack Reynor, William Jackson Harper e Will Poulter.

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Quando recensii un anno fa Hereditary non riuscii probabilmente a cogliere il reale valore di quel film e lo sottovalutai. Più il tempo passava, però, e più mi rendevo conto che quelle immagini mi avevano colpito e non poco. Ricordo espressamente di essere partito il giorno dopo l’aver pubblicato la recensione e sia durante il viaggio, che durante il soggiorno al di fuori della mia calda Milano, continuavo a ripensare a quel film e, per certi versi, mi sono quasi pentito di averlo ‘stroncato’. Capita a tutti di prendere un abbaglio, ogni tanto, no?
Fatta questa premessa, nel momento in cui è stato diffuso il trailer di questo film, posso sinceramente dire di avere avuto molta curiosità a riguardo.

Non so se conoscete questa ‘legge non scritta’ del mondo cinematografico, ma il secondo film è sempre il più complicato per un regista. Questo soprattutto a seguito di un esordio di successo sia a livello di incassi, che di pubblico, che di critica. La pressione è altissima e non sai mai se riuscirai ad arrivare al tuo terzo lavoro, nel caso in cui tu possa miseramente fallire. Sono convinto, però, che la terza fatica di Ari Aster non tarderà ad arrivare.

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Siamo negli USA e una coppia di universitari è in crisi da qualche tempo e, come se non bastasse, la sorella bipolare della nostra protagonista, Dani, commette un omicidio-suicidio, coinvolgendo nella strage i suoi genitori. Dani si ritrova sola da un momento all’altro e cerca appoggio nel suo fidanzato, Christian. Lui e i suoi amici, però, avevano organizzato un viaggio in Svezia per studiare il Midsommar, una festa pagana estiva, per poterci scrivere la tesi e completare i loro studi di antropologia. Christian aveva nascosto questa cosa alla sua fidanzata, ma quando lei lo viene a sapere si sente in dovere di invitarla in Svezia con loro. A fare da Cicerone ai ragazzi sarà Pelle, un ragazzo svedese cresciuto in una comune che vive isolata dalla società contemporanea, il quale mostrerà ai ragazzi come lui e la sua comunità vivono da sempre.

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Dal punto di vista tecnico si nota immediatamente una presa di coscienza maggiore nell’utilizzo della macchina da presa, rispetto a Hereditary. Se il primo film del regista cercava di osare, in alcuni punti, ma di rimanere sempre molto quadrato, qui Ari Aster si sbizzarrisce con giochi di forme, giochi di montaggio e regia che compongono perfettamente un puzzle che va via via formandosi per tutta la durata del film. Le tecniche utilizzate, inoltre, non si limitano ad essere concentrate soltanto in alcune situazioni, ma sono parte integrante della vicenda, dal momento che assumono un significato semantico imprescindibile per la comprensione totale dell’opera. Senza di esse, infatti, ci saremmo trovati di fronte ad un film del tutto dimenticabile.
La fotografia, poi, è ciò che colpisce in maniera più diretta. L’utilizzo dei colori della natura e dei fiori delle campagne svedesi riescono nell’intento di creare un’atmosfera genuina di locus amoenus, senza dare l’impressione di una pre costruzione fastidiosamente artificiale.
La musica gioca un ruolo fondamentale all’interno del film e lo si evince immediatamente dalla sequenza di apertura, che mi ha ricordato e mi ha donato le atmosfere di due film in particolare: The Hateful Eight (Quentin Tarantino) e La Cosa (John Carpenter).

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Gli attori sono inseriti nel loro ruolo in maniera perfetta. Al di là dei ragazzi protagonisti, ciò che impressiona è la direzione maniacale dei personaggi comprimari, soprattutto nella costruzione delle scene. Ci sono numerose sequenze corali in cui i personaggi, soprattutto i secondari, si muovono in maniera quasi ‘teatrale’, come protagonisti di vere e proprie coreografie che richiedono uno studio attentissimo dello spazio e una maniacalità della direzione dei movimenti degna di un certo Stanley Kubrick. Non so se ne abbiate mai sentito parlare.
(E state buoni. Non sto paragonando Kubrick ad Aster, era per darvi un esempio di artista estremamente preciso ed attento a qualsiasi movimento e di camera e degli attori)

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Chiudiamo, infine, parlando di ciò che il film trasmette e dei suoi significati dal punto di vista semantico, antropologico e soprattutto psicologico.
Tutta la pellicola è una scia di sassolini che conduce alla massima espressione della Sindrome di Stoccolma (e il film si svolge in Svezia, pensa te che caso!). La protagonista è completamente da sola, convinta che i ragazzi con i quali ha intrapreso il viaggio non vedano l’ora di sbarazzarsi di lei. Il villaggio diventa così la sua unica vera famiglia, dove lei può trovare rifugio e delle persone che tengono veramente a lei, coinvolgendola in una vita diametralmente opposta a quella alla quale lei era abituata nella sua quotidianità americana.
Inoltre (anche a causa anche della mia estrema apertura mentale e malleabilità cerebrale) non sarà impensabile arrivare ad assecondare e comprendere le azioni che vengono compiute in questa comunità.
Dal momento in cui vieni al mondo in un sistema di comportamenti che si discostano del tutto dalla nostra realtà, cresci con dei valori e delle convinzioni che non hanno nulla a che fare con quelle del mondo conosciuto e normalmente frequentato. Sono loro, quindi, da condannare per le azioni (anche atroci) che compiono nel corso del loro Midsommar?
Le diversità ci hanno da sempre terrorizzato e ritrovarsi, di punto in bianco, in un sistema troppo grande per essere controllato ci pone davanti due scelte: esserne deglutiti, o farci accogliere a braccia aperte.

Fatevi una vostra idea e, se ne avrete una, fatemelo sapere qui sotto.

Dōmo arigatō, e alla prossima!

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