Il Re Leone è un remake perfetto con un doppiaggio terribile

Senza ombra di dubbio il remake più atteso di tutti, nell’anno del venticinquesimo anniversario dall’uscita del classico animato, Il Re Leone conquista in poco tempo la top 10 dei film con maggiori incassi nella storia del cinema. Una trama mantenuta intatta fin quasi in ogni battuta, un cast che vanta nomi come Beyoncé, Donald Glover, James Earl Jones e Seth Rogen, e la regia di Jon Favreau – già autore de Il Libro della Giungla -, per un film magistralmente eseguito che, purtroppo per noi italiani, perde tutta la carica emotiva a causa di un doppiaggio totalmente piatto e inesperto, con protagonisti Marco Mengoni ed Elisa. A voi la nostra recensione.

Cominciamo col chiarire che no, Il Re Leone non è un live action, pur facendo parte di questo progetto che la Disney ha iniziato anni fa, che si propone di riportare i grandi classici sul grande schermo sottoforma di remake live action. Il Re Leone è un film d’animazione, realizzato interamente a computer sulla base di riprese svolte in Kenya, per garantire il più completo realismo riguardo ad ambientazioni e soggetti animati.

Dunque non c’è molto da girarci attorno: Il Re Leone del 2019 è a tutti gli effetti un remake, che prende la trama del cartone animato più famoso e amato di sempre, la ripropone senza cambiarla di una virgola, mantiene addirittura inalterate la gran parte dei dialoghi, le canzoni – perfettamente identiche alle originali, e direi io: grazie al cielo – e le musiche, rielaborate da Sua Maestà Hans Zimmer appositamente per il film.

Tanti diranno: finalmente l’omaggio perfetto al cartone animato più bello di sempre.

Tanti hanno detto: ma uffa la trama è uguale, non hanno aggiunto niente, non hanno cambiato niente, non c’è nulla di nuovo.

Io dirò: chi osa alterare anche solo un fotogramma del capolavoro assoluto della Disney è perseguibile penalmente.

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Dunque niente sbrodolamenti sulla trama e sui personaggi, perché sappiamo già tutto: qui dobbiamo soltanto chiarire cosa ha funzionato e cosa no, in quello che è effettivamente e per definizione il remake perfetto.

Cosa ha funzionato? Tante cose. Innanzitutto è un’opera magistrale a livello di realizzazione, che impiega tecniche innovative persino per il cinema contemporaneo. Le due settimane di riprese nella savana danno i loro frutti in modo evidente, dato che le ambientazioni sono talmente perfette da catapultare lo spettatore nel cuore dell’Africa, risultando di una potenza immensa. E così anche i soggetti animati, ovvero tutti gli animali che vediamo apparire sullo schermo, a cominciare da loro, i protagonisti, i leoni: se dimentichiamo per un attimo che parlano, ci sembra di guardare un documentario sulla savana, e i leoni sono reali in ogni loro aspetto, in ogni loro movimento, persino nei più piccoli spasmi delle orecchie per scacciare le mosche.

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È all’insegna del realismo, che è stato realizzato Il Re Leone, e l’obiettivo è stato raggiunto in pieno. Ed è a questo punto che mi sorge una prima domanda: le persone che si aspettavano dei leoni con l’espressività degli umani, lo sanno che gli animali in realtà non sorridono e non alzano le sopracciglia? Perché era chiaro fin da subito che questo sarebbe stato un remake realistico del cartone animato, una versione più matura, e che gli animali sarebbero state versioni realistiche dei protagonisti classici. Se avessero sorriso, se avessero alzato le sopracciglia, se avessero avuto espressioni umane, il tutto sarebbe risultato un minestrone grottesco, tragicomico e intimamente imbarazzante. Nessuno sorride, sono leoni, nessuno balla, sono animali: l’unico aspetto non realistico che è stato mantenuto è l’unico che doveva essere mantenuto, ovvero la parola, a cui si lega di conseguenza il canto. E questa è la potenza del film, persino del cartone animato: non abbiamo mai guardato Il Re Leone per il balletto dei piccoli Simba e Nala alla pozza dell’acqua, l’abbiamo guardato per la trama, per le canzoni, per i dialoghi. Tutto questo c’è, perché questo doveva essere mantenuto. Se avessero messo due piccoli realistici leoncini ballare, avrebbe soltanto fatto ridere.

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E dunque ecco la seconda spontanea domanda: perché avremmo dovuto volere dei cambiamenti?

Il Re Leone è senza ombra di dubbio uno dei cartoni animati più amati di sempre, probabilmente il Cartone Animato, con la C e la A maiuscole. E a questo affianchiamo tutte quelle volte in cui ci siamo lamentati del fatto che hanno preso un classico e hanno cambiato la trama o hanno fatto aggiunte finite unicamente per stonare col resto, perché se si parla di classici, tutto quello che viene aggiunto risulta, alla fine della fiera, inutile. Cambiare un prodotto perfetto è sempre un grandissimo rischio, persino per la Disney, e negli ultimi anni abbiamo avuto dimostrazione del fatto che spesso neppure loro sono in grado di sventare quel rischio.

Ora prendete questo rischio e, nella vostra mente, associatelo a il Cartone Animato, con la C e la A maiuscole: per carità, no, non fate niente, non cambiate niente, è già perfetto così com’è, non aggiungete nulla, tenete tutto così come l’avete pensato venticinque anni fa.

Perché che abbiano fatto questo remake solo e unicamente per guadagnarci i milioni, è chiaro come il sole a ogni singolo essere umano vivente, mancava solo che ce lo scrivessero nei titoli di coda. Ma questo non significa che sia da bocciare perché non hanno cambiato una trama radicata nel cuore di ognuno di noi. Anzi: come già è stato scritto, grazie al cielo non l’hanno cambiata.

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Dunque tutto questo ha funzionato, persino le virgole che sono state modificate nei dialoghi hanno reso il film più divertente: una menzione speciale va fatta a Timon e Pumbaa, che in un paio di occasioni persino strizzano l’occhio alla telecamera, demoliscono la quarta parete, parlano direttamente con noi spettatori. Noi che ci aspettiamo che Timon fermi Pumbaa prima che termini la parola “scorreggiare”, nella canzone Hakuna Matata, ma questa volta non lo fa, dice Timon, questa volta no. E ancora, noi che abbiamo visto La Bella e la Bestia, ci ritroviamo in modo totalmente inaspettato Timon che presenta Pumbaa come esca alle iene e canta l’incipit, con tanto di accento francese, di Stia con noi: puro genio.

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E allora cosa non ha funzionato? Cosa è risultato stridente, dall’inizio alla fine? Un aspetto importantissimo, uno dei più fondamentali: perché appunto tutti questi animali non hanno espressioni, ogni loro emozione deve essere trasmessa con la voce. E le voci italiane, purtroppo, sono da bocciare nella quasi totalità.

In lingua originale non solo è stato scomodata Sua Altezza James Earl Jones, già voce di Mufasa nel classico del 1994, ma è stata pure schierata una delle armi vincenti degli Stati Uniti rispetto al panorama musicale mondiale, ovvero Sua Eccellenza Beyoncé Knowles-Carter, a cui sono state affiancate voci del calibro di Donald Glover, Chiwetel Ejiofor e Alfre Woodard. Il risultato sono dialoghi di una potenza disarmante, di una profondità vocale incredibile, dalle sfaccettature emozionali infinite.

In italiano tutto questo viene completamente annullato. Completamente. Persino da parte di maestri come Luca Ward, che resta una delle voci più belle di sempre, e Massimo Popolizio, già voce di Voldemort nella saga di Harry Potter, ci si aspettava decisamente di più. Eppure le loro due performance sono da promuovere, non ci possiamo effettivamente lamentare di Mufasa e di Scar. I problemi sono altri. I problemi sono le voci di Simba e Nala da piccoli, che sembrano doppiati da due principianti, e si salvano soltanto nel canto. I problemi sono le voci di tutti i personaggi che ruotano attorno ai protagonisti, che sembrano sempre troppo impostate, poco spontanee, come se nessuno dei doppiatori avesse davvero voglia di impegnarsi sul serio e si fossero tutti ispirati alla filosofia del buona la prima.

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I problemi veri, ma veri, sono le voci di Simba e Nala adulti, sia nel parlato, che nel cantato. Perché che piacciano o non piacciano come cantanti, Marco Mengoni ed Elisa non sono doppiatori. Non lo sono. No. E se altre volte ha funzionato, se il Quasimodo di Massimo Ranieri è stato un capolavoro, se il Mushu di Enrico Papi è ad oggi una delle cose più iconiche del cinema, bisogna mettersi una mano sul cuore e prevedere che il lavoro del doppiatore è difficile persino per gente che ha studiato anni per diventarlo, spesso non riesce, figuriamoci se poteva andare bene a Marco Mengoni ed Elisa. Nel parlato Simba e Nala risultano totalmente piatti, inespressivi, i dialoghi sono conditi di alti e bassi senza alcuna logica, sussurrano quando non devono farlo, sforzano la voce, una voce che dovrebbe uscire dal petto, perché stiamo parlando di leoni, non di moffette, e invece viene usata completamente con la gola. Potenza pari a zero, profondità pari a zero, emotività e pathos sotto le scarpe. Questo sia riguardo ad Elisa, che soprattutto riguardo a Mengoni, del quale bisogna aggiungere che, con tutto il rispetto dovuto, non ha proprio una delle voci più maschili della storia. E allora Simba, del quale ci ricordiamo la splendida voce di Riccardo Rossi – così, giusto per darvi un’idea, doppiatore di Johnny Depp, Matt Damon, Ben Affleck, Mark Ruffalo, Stephen Amell -, ecco che si ritrova con una vocina che del ruggito di un leone ha ben poco. Sempre nel più totale rispetto del signor Mengoni, che resta un grande cantante.

Eppure non adatto. Così come Elisa non è adatta a Nala. E dunque anche una canzone come L’amore è nell’aria stasera si trasforma in un debole sfoggio di manierismi da parte dei due interpreti, finendo col comunicare ben poca emozione.

Non per lo stesso motivo, ma con lo stesso risultato, è la reinterpretazione de Il cerchio della vita da parte della vocal coach Cheryl Porter, una voce, questa sì, davvero potente, che però non viene quasi per nulla sfruttata, e appare una mera buona performance, ma senza alcuno spessore, soprattutto se paragonata all’emozionante originale di Ivana Spagna.

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Insomma, Il Re Leone risulta, tirando le somme, un remake stupendo, meravigliosamente realizzato e diretto, maestoso omaggio al classico animato, soprattutto nei dialoghi e nelle canzoni, mantenute esattamente uguali alle originali, così come dev’essere. I live action più riusciti di sempre sono quelli che non si allontanano dall’originale, quelli che mantengono parte dei dialoghi per far tornare lo spettatore indietro nel tempo, come se stesse guardando il cartone animato per la prima volta, quelli che ripropongono le canzoni quasi, se non del tutto, identiche alle originali. Tant’è, quali sono i live action più belli e di maggior successo? La Bella e la Bestia e Aladdin: quasi nulla fu cambiato nella trama, quasi nulla nella colonna sonora. Rendete il passaggio alla versione realistica più radicale e otterrete Il Re Leone, otterrete il remake che in questo momento si trova in nona posizione nella top 10 dei film col maggiore incasso nella storia del cinema.

Posizione meritata? A questo punto mi piacerebbe avervi convinto del fatto che sì, lo è.

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Cecilia

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