Il capolavoro Mademoiselle finalmente al cinema

In ritardo di ben tre anni, rispetto alla prima data d’uscita, ci siamo potuti godere anche noi l’ultimo film di Park Chan-wook, Mademoiselle (The Handmaiden – Ah-ga-ssi). Con una trama fitta e un cast di attori che godono di ottima fama in patria, tra cui Kim Tae-ri, Kim Min-hee, Ha Jung-woo e Jo Jing-ung, siamo pronti ad addentrarci in questo noir erotico carico di eleganza e sensualità.

Mi sembra quasi strano parlare di cinema orientale in Italia. Solitamente mi ritrovo a dover recuperare dei blu-ray da paesi europei limitrofi al nostro, perché, nonostante ospitiamo uno dei festival dedicato al cinema orientale più importanti d’Europa, sembra che il tutto rimanga confinato lì. Un gruppo di folli fanatici che ha piacere nel vedere quali film stia producendo l’Oriente tutto e che, nonostante il numero che compone queste persone sia sempre più alto, non riesce a far capire alle nostre case di distribuzione quanto siano importanti i film che provengono dall’altro capo del mondo: quello opposto agli Stati Uniti. Spesso, la freschezza degli autori di questi film, ma anche delle vicende narrate, supera di gran lunga la ripetitività stucchevole al quale il cinema Hollywoodiano ci ha abituato da quasi un centinaio d’anni a questa parte, ormai.
La mia speranza è di vedere sempre più film in live-action, con attori in carne ed ossa, che vengono dalle terre dell’Estremo Oriente e non soltanto cartoni animati (per quanto magnifici, eh! Ben vengano le produzioni anime che, raramente anche quelle, ci portano in sala!).

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Nella Corea del Sud degli Anni ’30, durante l’invasione giapponese, nella casa di un ricco signore viene assunta una nuova domestica, Sook-hee. La domestica dovrà occuparsi di Lady Hideko, una giovane appena maggiorenne tenuta rinchiusa in questa prigione di cristallo e nipote del proprietario della tenuta, Kouzuki, un mercante di rari e antichi libri pornografici. Hideko non sembra avere esperienze col mondo, piena di ingenuità e con la mentalità di una piccola adolescente che non si risparmia i capricci che non competerebbero ad una donna ragazza/donna della sua età.
Il rapporto fra la domestica e la signora diventa sempre più forte, questo anche nel momento in cui appare sulle scene l’artefice della lettera di referenze che ha permesso l’assunzione di Sook-hee nel ruolo di domestica nella casa di Lady Hideko: il conte Fujiwara. Quest’uomo millanta nobili origini e ingenti ricchezze e aspira alla mano della giovane Lady Hideko, che tenterà in tutti i modi di strappare dalle grinfie dello zio che la tiene prigioniera.
Sook-hee e il conte Fujiwara, in realtà, fanno parte di una banda di ladri e truffatori che vogliono mettere le mani sulla fortuna della giovane Hideko. Fujiwara, secondo il piano, dovrebbe allontanare Hideko dallo zio e, una volta ricevuta l’eredità della ragazza, dichiararla instabile e rinchiuderla in un manicomio.
Pensate che vi abbia rivelato un passaggio importante della vicenda?
Beh, vi farà piacere sapere che questo è soltanto l’incipit di tutto quanto il racconto, in una storia composta da più piani temporali e coronata da colpi di scena sempre più sorprendenti.

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Parlare di questo film non è impresa facile. A partire dalla durata (il film, infatti, sfiora le tre ore), fino alla complessità dei rapporti umani raccontati in tutto l’arco narrativo.
Per chi si trova davanti ad ‘un Park Chan-wook‘ per la prima volta non sarà sfida semplice da superare. Il regista, infatti, è divenuto celebre al pubblico internazionale per la sua maestosa ‘trilogia della vendetta’, della quale fa parte il film più conosciuto al grande pubblico: Old Boy. Pellicola divenuta talmente cult da essere stata riproposta in salsa americana dal grande Spike Lee. Ahimè, però, con scarsi risultati.
Ciò che rende speciale il cinema orientale, e in particolar modo quello di Park Chan-wook, è la capacità che la parte più a Est del mondo ha di esplorare l’animo umano in tutte le sue sfaccettature, quasi arrivando a destrutturarlo e ad analizzare al microscopio ogni singolo strato che lo compone nella sua interezza. L’intrecciarsi dei rapporti fra i personaggi serve soprattutto a scoprirne dei lati rimasti sopiti fino a quel momento, come se la combinazione di due persone non creasse due individui separati che interagiscono fra di loro, ma un’entità unica in grado di svelare una nuova maschera mai riproposta prima sulla scena.

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Entrando nei particolari di questo Mademoiselle si percepisce come le interazioni tra i personaggi siano essenzialmente tutto ciò che tiene in piedi il film. Quasi come fosse un’opera teatrale, in cui gli attori muovono e smuovono la storia e gli spettatori con i loro intrecci e i loro intrighi. Fondamentale, oltretutto, è la percezione dei corpi che si ha guardando lo schermo. Proprio come se fossimo a teatro, per l’appunto.
Ogni carezza, ogni schiaffo, ogni orgasmo, ogni violenza e ingiustizia è percepita come reale, al punto di darti la sensazione di poter sfiorare con la tua mano, allungandola, i corpi che si muovono davanti a te.

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Buona parte del collante che tiene in piedi tutta quanta la storia è composto da una dose molto spiccata di erotismo e, a tratti, di pornografia.
I rapporti caratterizzati da una tensione sessuale molto forte presenti nel film, però, non hanno tutti quanti lo stesso peso: ciò che lo zio fa fare alla nipote ci mette i brividi e quello che il conte Fujiwara pensa della giovane Hideko non ci appare limpido e sincero.
Il rapporto più puro è senz’altro quello che si instaura tra la padrona e la sua cameriera: Hideko e Sook-hee. Questo, d’altronde, è l’unico rapporto che nasce in maniera casuale, naturale, che alla base aveva tutt’altro intento.
Mentre lo zio cerca di sposare la nipote rinchiudendola in quella casa a mo’ di fortezza, il conte vuole approfittarsi di lei soltanto per i suoi soldi. Sook-hee è soltanto una spalla, un’aiutante, che ha poco a cuore inizialmente la padrona, interessandosi solo ai suoi gioielli e ai suoi costosi vestiti, ma che la vicinanza ad una bellezza così pura e limpida la portano a provare dei sentimenti ricolmi di sincerità e di passione come mai aveva provato prima d’ora. Il tutto si corona con una delle scene di sesso omosessuale meglio girate nella storia del cinema, a tal punto che ‘La Vita di Adele‘ vi sembrerà una sciatteria del tutto insignificante a confronto.

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Non sento il bisogno di dovermi esprimere più di tanto per quanto concerne il lato tecnico di questo film e chiaramente non perché sia trascurabile, ma tutto il contrario. Sarebbe superflua qualsiasi mia parola nei confronti di un regista che è riuscito a caratterizzare qualsiasi ambiente in maniera egregia, spaziando da colori caldi in momenti più riflessivi a colori freddi in situazioni più ‘minacciose’, con una macchina da presa mai alla ricerca di manierismi senza capo né coda (anche questa grande prerogativa dei film dell’Estremo Oriente), ma che quando azzecca l’inquadratura perfetta è in grado di rimanere cicatrizzata sulla tua rètina per sempre.

Guardate questo film e facciamo capire alle case di distribuzione che l’Italia li ama, perché nel corso degli anni ci stiamo perdendo sempre più perle rare che, altrimenti, siamo costretti a recuperare a prezzi non particolarmente ‘comodi’ da siti di vendita di paesi limitrofi al nostro.
Dōmo arigatō, e alla prossima.

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