It Capitolo Due, un Pennywise meno convincente

Dopo due anni di agonizzante attesa, torniamo finalmente a Derry coi Perdenti, ormai adulti ma ancora perseguitati dal proprio passato. It – Capitolo Due è sempre diretto dal buon Andrés Muschietti, che ha già dato prova del suo talento nel farci rivivere tra le pagine di Stephen King. Nel cast abbiamo ancora Bill Skarsgård nel ruolo di Pennywise ed i Perdenti: James McAvoy, Jessica Chastain, Jay Ryan, Bill Hader, Isaiah Mustafa, James Ransone ed Andy Bean

Siccome il primo capitolo non è mai stato recensito in queste lande, vi faccio un breve riassunto. Mi è piaciuto di brutto. La perfetta trasposizione dell’infanzia dei Perdenti, anni luce migliore di quella ciofeca di miniserie del 1990, che per qualche strana ragione tutti ricordano e amano. La trasposizione di Muschietti è fedele al libro quanto basta per esaltare noi lettori Kinghiani, ma anche capace di prendere le distanze dove serve. Fu un successo anche di critica ed incassi.

Ecco, per tale motivo le aspettative erano alle stelle per questa seconda parte (che non è un sequel, ocio! Si tratta di un unica storia spezzata in due). Il trailer mi aveva entusiasmato e l’idea che il ruolo dei Perdenti adulti fosse affidato ad un cast così eccellente mi ha fatto battere ogni giorno el corazon.

E insomma, questa aspettative sono state deluse secondo voi? Beh no. Cioè, non credo. Insomma, forse qualcosa… Vabbè, venite a galleggiare con noi e scopriamolo!

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Avevamo lasciato il Club dei Perdenti in mezzo ad un prato, a fare un giuramento solenne alla fine della loro terrificante estate. Non importa dove si troveranno, non importa cosa faranno, se IT dovesse tornare a Derry, allora il Club dovrà riunirsi e sconfiggerlo definitivamente.

27 anni dopo, la chiamata di Mike attanaglia di terrore il cuore dei vecchi amici: Pennywise è tornato e tutti devono tornare nel paese natale.

Bill, Beverly, Eddie, Richie, Stan e Ben vengono catapultati nell’abisso del proprio passato, accorgendosi di aver dimenticato molte porzioni di esso, come pagine di un libro strappato. Mike, che al contrario è sempre rimasto a Derry, ricorda tutto e forse ha trovato un metodo per chiudere per sempre la questione.

“Uccidiamo quel clown di mer**” (cit.)

Questa è uno degli atti del film che ho preferito. La reunion della vecchia gang riesce ad essere commovente e malinconica, ma anche con la giusta dose di comicità. In qualche maniera riesce a farti sentire parte del Club dei Perdenti, provando la loro stessa emozione. Una cena tra gli amici di un tempo, a ricordare vecchi episodi e scoprire che in fondo, non si è mai cambiati veramente.

E qui arriviamo al tema cardine di questa magnifica storia: chiudere i conti con il proprio passato invece di sfuggirne continuamente.

E qual’è l’arma migliore?  La memoria.

Mike ha l’arduo compito di risvegliare la memoria degli amici, i quali prenderanno sempre più coscienza di cosa sono stati, prima di affrontare quello che sono e saranno.

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Ci eravamo affezionati ai protagonisti bambini e finiamo inevitabilmente per amarli da adulti. La parte interessante è la scoperta di quali strade hanno intrapreso in questi 27 anni di distanza, lontani dagli incubi di Darry ma ad essi ancora legati dal filo rosso del destino.

Purtroppo, come accade nel primo capitolo, non tutti i personaggi hanno lo spazio che meritano, alcuni brillano meno, mentre altri danno il loro meglio per profondità e carisma. Su tutti, Richie si è confermato nuovamente il mio personaggio preferito, seguito subito da B-b-b-BBill.

Anche questo film si divide in atti che seguono il medesimo schema del primo capitolo:

1- Riunione dei Perdenti

2- Flashback

3- Scene in cui ognuno affronta singolarmente la propria paura

4- Crisi

5- Scontro finale

La cosa mi ha fatto un po’ storcere il naso, ma comprendo anche quanto fosse difficile evitare questo schema in un opera così corposa e ben strutturata come il romanzo di King.  Rimango comunque dell’opinione che, di queste 2 ore e 50 minuti se ne potevano tagliare almeno tre quarti d’ora.

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In molti stanno muovendo critiche a mio parere eccessive su questa pellicola. Si tratta di un film con difetti più evidenti del precedente, è vero. Resta comunque un prodotto di buona fattura, le cui tempistiche potevano essere gestite meglio, anche per evitare qualche momento morto. Penso che una storia mastodontica come IT avrebbe forse meritato un terzo film, o addirittura una serie TV, per essere sviscerata nella giusta maniera. Specie per approfondire quel finale un filo confuso che ci viene proposto in questa versione filmica.

Mai dire mai, non mi sorprenderebbe che Netflix o Prime Video ci facessero un pensiero per i prossimi anni. Incrociamo le dita.

La critica che trovo abbastanza insensata è invece la “troppa comicità”. Assolutamente sbagliato. In primis perché è una caratteristica stilistica di buona parte degli scritti di King (ed ovviamente dello stesso IT), cosa che dona personalità all’opera, smorza quell’orrore che non potrebbe essere affrontato con nient’altro che una risata ma soprattutto fa parte della filosofia stessa del racconto. La risata è l’unica arma per affrontare le paure della vita. Cosa che si sposa perfettamente con il contrasto tra la figura del clown e del mostro. Due facce della stessa medaglia.

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Al netto di alcuni sbrodolamenti tecnici, specie dal reparto CGI, il grande Muschietti porta comunque la sua ultima fatica alla sufficienza abbondante. Dove il primo capitolo avrebbe meritato un mio 9 pienissimo, quest’ultimo si avvicina attorno al 7, magari 7 e mezzo perché è appena iniziata la scuola e mi sento generoso.

Ma insomma, arriviamo alla prima domanda che fanno tutti i curiosi riguardo all’horror del momento? “Rob, ma fa paura questo IT o no?”

La componente horror è senza dubbio promossa. Forse meno efficace del primo capitolo, poiché gli espedienti, i jumpscare e molte situazioni ci risultano già telefonate e parte di uno schema predefinito, come scritto poco fa. Anche i suddetti scivoloni di CGI diminuiscono il “fattore caghetta”, ma rimangono comunque alcune geniali intuizioni  e trucchetti che sapranno certamente regalarvelo qualche bel brividone lungo la schiena.

Muschietti è uno che ha fatto i compiti a casa ed è chiaro come il sole che abbia studiato l’horror dei grandi maestri del passato. Ha saputo copiare con giudizio e rinnovarsi con brillantezza. Bravo, Andy!

Ma non dimentichiamo la cosa più importante di IT. Sicuramente è uno degli horror più apprezzati e famosi, ma è prima di tutto una storia di formazione.

Una storia di coraggio e di paure da affrontare a testa alta. Di passati tenebrosi e della forza per accettarli come parte di sé.

Ma più di ogni altra cosa, IT è una storia di amicizia.

Una delle più belle mai scritte.

“Forse non esistono nemmeno amici buoni o cattivi, forse ci sono solo amici, persone che prendono le tue parti quando stai male e che ti aiutano a non sentirti solo. Forse per un amico vale sempre la pena avere paura e sperare e vivere. Forse vale anche la pena persino morire per lui, se così ha da essere. Niente amici buoni. Niente amici cattivi. Persone e basta che vuoi avere vicino, persone con le quali hai bisogno di essere; persone che hanno costruito la loro dimora nel tuo cuore.” (cit.)

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RiccioRob

 

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