Once Upon A Time In Hollywood è il film perfetto per chi ama il cinema

Dopo tanti anni di attesa e, come sempre, per ultimi in tutto il mondo, siamo riusciti a goderci l’ultima fatica dell’amatissimo regista Quentin Tarantino. Con un cast stellare che vantava nomi quali Brad Pitt, Leonardo Di Caprio, Margot Robbie, Al Pacino, Kurt Russell, Damian Lewis e Margaret Qualley, il regista di Los Angeles sarà riuscito a soddisfare le grandi aspettative che si è soliti avere in procinto dell’uscita di un suo nuovo film?

 

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Hanno fatto di tutto per rovinare la sorpresa che riguardasse il concept e la storia del film di Tarantino successivo a The H8ful Eight. Qualche anno fa, infatti, era addirittura stata divulgata su internet una porzione del copione del film che era in lavorazione: un film di guerra ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale, con un cast di attori praticamente identico a quello di Once Upon A Time In Hollywood. Tarantino abbandonò il progetto, a quel punto, ed iniziò immediatamente a buttarsi in una nuova opera. Il film che ci troviamo oggi davanti è stato talmente salvaguardato dal suo autore che, come ha raccontato lui stesso in una intervista di qualche mese fa, gli attori, per conoscere la sceneggiatura, dovevano recarsi di persona a casa del regista, che non aveva fatto alcuna copia dello script, al di fuori della sua, tenuta sotto chiave e lontano da qualsiasi occhio indiscreto. Il segreto è stato mantenuto e siamo finalmente riusciti a rimanere totalmente vergini di qualsiasi notizia prima dell’uscita nelle sale di questa opera.

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Il film è ambientato nel 1969, anno di grandi rivoluzioni artistiche e culturali, dove il pop e la subcultura giovanile riuscivano a mescolarsi con una semplicità e una naturalezza fuori dal comune, come mai è successo prima nel corso della storia contemporanea.
Rick Dalton (Leo Di Caprio) e Cliff Booth (Brad Pitt) sono il primo un attore di televisione conosciuto particolarmente per i suoi ruoli da ‘villain‘ in produzioni principalmente western e il secondo la sua controfigura. Rick sono anni che continua a fare televisione, ma non si sente soddisfatto della sua carriera, sentendosi quasi al tramonto della sua notorietà, dato che è riuscito soltanto a girare due film per il cinema, nonostante il suo nome girasse nell’ambiente da moltissimo tempo. Cliff Booth, invece, invecchia e provoca casini sui set e, di conseguenza, fa fatica a lavorare con regolarità. Le ultime cose che gli sono rimaste sono la sua roulotte e il suo dogo argentino, Brandy.
Tornando a casa dopo delle riprese, i nostri protagonisti vedono il vicino di casa di Rick, regista di uno dei film che ha rivoluzionato il cinema nella sua interezza, inventando, di conseguenza, un vero e proprio modo nuovo di fare gli horror: Roman Polanski, con il suo Rosemary’s Baby.
Questo è quello a cui aspira Rick Dalton: essere invitato da Roman Polanski a casa sua per finire in suo suo film. Un film del ‘regista più chiacchierato del momento ad Hollywood’.

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Come da tradizione, tutti i film che abbiano “C’era una volta…” nel titolo rimandano ad una tradizione cinematografica che ha come scopo quello di presentare una specifica epoca, un preciso momento storico. Dopo che l’Enorme Maestro Sergio Leone ha dato il via a questo filone con ‘C’era una volta il West‘ in moltissimi hanno provato a realizzare opere di questo tipo, ma in pochissimi ci sono riusciti. E che dire: Tarantino è uno di quelli e ha colpito dritto nel segno.
Appena inizia il film siamo subito inseriti in una ambientazione western, con una intervista dietro le quinte che ci presenta i due protagonisti. Un buon modo per esplicitare il ruolo dei personaggi senza fare degli inutili spiegoni.
Finita questa intervista in bianco e nero in 4:3 ci troviamo subito catapultati nei colori pastello, nel caldo e nella città dei sogni: Hollywood del 1969.
Hippy squilibrati, attori sopra le righe, attrici bellissime, feste sfarzosissime, droga e arancione. Tanto, tanto arancione.
La naturalezza con il quale ci troviamo catapultati all’interno degli Anni ’60 ha dell’incredibile, grazie ad una cura scenografica fortemente ispirata, forte del fatto che vengono rappresentati gli anni in cui lo stesso Tarantino girava per quella città quando era bambino e al quale gli è bastato fare un piccolo sforzo di memoria per riprodurre fedelmente situazioni e ambientazioni che lo circondavano in quell’epoca.

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Lavorare con degli attori del genere deve essere una goduria. Ritrovarsi davanti un Di Caprio che sembra sempre stia interpretando l’ultimo ruolo della sua vita, mettendoci anima e sangue, un Brad Pitt che ci porta una naturalezza davanti alla camera fuori dal comune, una Margot Robbie che si muove con quella sinuosità, ti fa quasi pensare che fare il regista possa essere veramente il lavoro più bello del mondo. E se non il più bello, il più appagante. Perché quando hai davanti tutto un cast che ti segue e capisce dove vuoi arrivare, che decide di essere accompagnato con la mano fino alla fine di un film che ha una vera e propria quadratura solo nella tua testa, beh, sei davvero un esercente fortunato. Ti invidio brutto stronzo di un Tarantino, già, ti invidio.
Dai primi agli ultimi, dai protagonisti ai piccoli cammei, sono tutti quanti dotati di una caratterizzazione o macchiettistica o pungente, che li rende immediatamente iconici e riconoscibili, anche soltanto dopo pochissime battute. Anzi, c’è chi non ne dice nemmeno una e comunque ci ricorderemo per sempre di lui/lei.

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Parlare del lato tecnico risulta quasi imbarazzante, per me. Perché, cosa vuoi dirgli ad un film di Tarantino, sotto questo punto di vista?
Qui non ci troviamo davanti a delle scene che si svolgono così tanto in ambienti ristretti, quindi non sono presenti giochetti di macchina che il nostro amorevole Quentin di quartiere è solito portarci in ogni suo film. Le scene sono molto aperte, ci sono molti campi lunghi e lunghissimi e gli unici momenti in cui vediamo qualche vezzo di regia sono quelli meta-cinematografici, in cui assistiamo alle performance di attore di Rick Dalton nelle sue produzioni televisive e cinematografiche.
L’ambientazione così specifica, poi, ha permesso a Tarantino di inserire nel film quante più citazioni possibili al cinema che ha sempre amato, sia con spezzoni veri e propri di film storici con Steve McQueen, Dean Martin…,  sia con rifacimenti immaginari presi soprattutto dalle produzioni italiane dell’epoca, tanto care al regista. Gli Anni ’60, del resto, erano gli anni in cui eravamo ancora capaci di prendere il meglio di ciò che facevano ad Hollywood e farne quello che volevamo, grazie ad una magnifica manovalanza che permetteva ai nostri registi dell’epoca di confezionare dei veri e propri capolavori di genere.

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Non ci sono Anni ’60 senza la musica americana degli Anni ’60.
La colonna sonora di questo film ti trasmette in tutto e per tutto quello che si poteva respirare di buono e di brutto in quegli anni. Ovvio, da un certo punto di vista Tarantino ha anche ‘barato‘, dato che penso sia quasi impossibile trovare un disco che possa essere considerato brutto uscito tra il 1967 e il 1971. E dove ha piazzato il film il nostro regista? 1969, proprio nel mezzo. Ottima mossa, amico.
In tutto il film non vorrete altro che sperare di vedere qualcuno accendere una radio o metta su un vinile, per farvi ascoltare un pezzo pop che, anche se non conoscete, vi tratterrà a stento sul seggiolino del cinema, grazie alla forte ritmicità che caratterizzava le produzioni musicali più influenti dell’epoca.

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Piccola postilla conclusiva da dedicare allo svolgimento della storia, nel quale ci saranno spoiler del finale, quindi vi avverto subito.
Come con Bastardi Senza Gloria, qui Tarantino si diverte a cambiare le carte in tavola, raccontando quello che vuole lui. A lui piace molto prendersi gioco dei mostri e così fa anche in questo film. Come Eli Roth crivella a colpi di mitra la faccia di Adolf Hitler, così Brad Pitt e il suo bellissimo cane Brandy massacrano di botte i membri della setta di Manson venuti a casa di Rick per fare una strage. Il sangue scorre ovunque e la  non lascia veramente nulla all’immaginazione. E non vedo l’ora di sentire le finte femministe che verranno a reclamare quanto questo film sia sessista per il modo in cui Brad Pitt massacra delle psicopatiche e Leonardo di Caprio da fuoco ad una membra della setta di Manson con un lanciafiamme.
Pensate un po’ cosa è dovuto andare incontro Leo per essere invitato, poi, nel finale, da Sharon Tate a casa Polanski: bruciare una psicopatica con un lanciafiamme rischiando di essere dilaniato dalla setta di Satana in persona.

Il film a me ha fatto veramente impazzire e, già a fine primo tempo, sentivo il bisogno di rivederlo da capo, perché volevo non finisse mai.
A voi è piaciuto? Fatemelo sapere.
Dōmo arigatō, e alla prossima!

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Jakk

 

 

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