The Irishman è più di un semplice gangster movie

Dopo svariate vicissitudini che hanno coinvolto Martin Scorsese riguardo le sue dichiarazioni sui film Marvel, finalmente siamo stati in grado di vedere la sua ultima opera che non sembrava voler venire alla luce: The Irishman. Con nel cast tre attori del calibro di Al Pacino, Joe Pesci e Robert De Niro che hanno fatto la storia del cinema insieme al regista, vi troverete d’innanzi ad un film evento da non perdere assolutamente.

 

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Voglio iniziare la recensione facendo il cinquantenne INDIGNATO da social network, dicendo che non mi sarei mai immaginato, un giorno, di assistere a delle case di produzione che fanno a gara per non prendersi a carico un film di Martin Scorsese e che uno degli autori più importanti della storia del medium sia stato costretto a doversi affidare a Netflix. Senza nulla togliere alla piattaforma di streaming più utilizzata nel mondo, ma il prestigio di lavorare con una Warner o una Universal, Netflix non ce l’avrà mai.
Senza contare che, quando ci furono i primi accordi, Netflix aveva implicitamente garantito a Scorsese l’uscita del suo film nelle sale e così non è stato, alla fine. O, per meglio dire, da noi il film di Martin Scorsese è rimasto in sala solo tre giorni, come ‘film evento’, distribuito solo in alcune sale di cinema selezionate, che solitamente proiettano pellicole di produzioni indipendenti. Per Scorsese. Lo stesso che qualche anno fa ha girato The Wolf of Wall Street.
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Lamenti da cinefilo rompiscatole a parte, la storia è incentrata sulla vita di Frank Sheeran, The Irishman (Robert De Niro) che ci viene raccontata, attraverso una retrospettiva, dallo stesso protagonista ormai anziano e in casa di riposo, in procinto di raccontare le sue esperienze passate a una figura che verrà svelata soltanto alla fine. Da autista di camion per un fornitore di buoi macellati, Frank farà la conoscenza di alcuni esponenti della mafia locale della Pennsylvania ed entrerà, senza troppe difficoltà, nelle grazie di Russell (Joe Pesci), uno degli uomini più importanti della criminalità organizzata.
La sua vita avrà una svolta totale nel momento in cui comincerà a lavorare per e con Jimmy Hoffa (Al Pacino), uno degli uomini più in vista della politica americana degli Anni ’70.

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Robert De Niro. Parliamo subito del protagonista, e poi ci concentriamo sui comprimari. De Niro è l’esempio perfetto che porto avanti nel momento in cui espongo la mia teoria secondo la quale, fatta eccezione per pochi personaggi veramente al di fuori della norma, un attore sia semplicemente un burattino nelle mani del regista, che determina la sua capacità nell’interpretazione o meno. Gli attori sono principalmente ‘cani con un bel faccino‘, ma che il regista riesce a plasmare a suo piacimento e a farli sembrare dei mostri del trasformismo e del realismo recitativo. Non vogliatemene, ma Robert De Niro è proprio uno di questi, uno che quando lavora con Scorsese sembra trovare una tale passione per il suo lavoro, che ogni espressione e ogni frase sono dette come se potessero essere le ultime della sua carriera, un vero mostro. Un vero mostro che, però, ha anche ‘recitato’ in film come Nonno Scatenato.
Sia ben chiaro che il mio discorso vale quasi esclusivamente per ciò che concerne l’ambito cinematografico, col teatro è tutto un altro paio di maniche.
La forza del personaggio scritto su misura per De Niro è il suo continuo cruccio su quello che dovrebbe fare e quello che va fatto. Un uomo che è in continuo conflitto con la sua famiglia e le sue figlie, ma che è amato fortemente dalla sua altra ‘famiglia‘, quella che gli permette di portare a casa i soldi, compiendo incarichi che, in alcuni casi, nemmeno lui vorrebbe portare a termine. Sballottato tra amicizia, amore e onore, con una voglia di dimostrare continuamente quanto vale, per essere visto sotto una buona stella dalle figlie, che ama alla follia, ma che proprio non riescono a capirlo e finiscono per abbandonarlo.
Joe Pesci e Al Pacino, d’altro canto, sono stati due spalle perfette. E neanche tanto spalle, dato che la centralità di questi due personaggi è la raffigurazione di ciò che rappresenta per Frank Sheeran il suo turbamento del conflitto fra amicizia e lavoro.

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Parlare di tecnica quando si tocca Scorsese mette sempre un po’ in imbarazzo. Più che altro si rischia di essere ripetitivi, didascalici e di aggiungere nulla più di quello che qualsiasi spettatore attento si può accorgere guardando il grande schermo. Una nota voglio farla, però, alla costruzione di alcune scene che recupereranno una ciclicità all’interno della vicenda. Ci sono situazioni e fatti che ritorneranno, sotto una nuova veste e intrapresi da diversi personaggi, facendo in modo di collegare le loro vite ancor di più. Il filo rosso delle relazioni tra i protagonisti non è fatto soltanto dalla brillantezza dei dialoghi e della sceneggiatura, ma anche dalla riuscitissima messa in scena e costruzione delle immagini, con inquadrature e movimenti di macchina che hanno un inizio, uno svolgimento e una fine, riportandosi al punto di partenza tramite le medesime tecniche con il quale il film si è aperto. La scena più emblematica per capire questo concetto e il rapporto tra due personaggi in particolare è il dettaglio della porta. Non voglio dire altro, ma chi ha visto il film capirà.

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Come faccio a dirvi in un altro modo di vedere questo film? Vi basti sapere che quest’opera è nata dall’amore di un uomo per il cinema e per i suoi attori, che ha sempre ben chiaro in testa quale parte della luna far colpire dalla luce, per lasciare allo spettatore tutto ciò che di oscuro rimane e che compone la gran parte della magia di cui è fatto il cinema.
A voi è piaciuto? Fatemi sapere.
Dōmo arigatō, e alla prossima!

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