The End of the F***ing World 2: la depressione non è mai stata più pop

La seconda stagione di The End of the F***ing World è arrivata su Netflix. La trama traccia il proseguimento delle vicende di James e Alyssa, adolescenti problematici. Nel cast anche Alex Lawther, Jessica Barden, e Naomi Ackie. Ecco la nostra recensione!

La serie originale Netflix più odiata è tornata, e con essa tutte le controversie e grovigli interiori che la sua visione comporta. Gli 8 episodi della seconda stagione di The End of the F***ing World sono sbarcati sulla piattaforma di streaming online lo scorso 5 novembre, lasciandoci tutti perplessi e, se si può dire, con un palmo di naso. Il freddo e depresso James (Alex Lawther), che credevamo di aver visto morire a conclusione di una prima, francamente snervante stagione, è in realtà sopravvissuto al colpo di pistola sparatogli da un agente di polizia, cavandosela con una gamba tentennante e una lunga convalescenza ospedaliera. La sua travagliata esistenza può così continuare per la gioia del pubblico, e dei produttori insieme a loro.

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Alex Lawther è James

E infatti i guai, tutt’altro che finiti, sembrano piuttosto appena iniziati: Bonnie (Naomi Ackie), introversa studentessa fallita a suo tempo adescata dal famigerato professor Clive Koch (Jonathan Aris), grida vendetta per la morte del suo amato. E Alyssa (Jessica Barden) e James, entrambi in libertà dopo le vicissitudini giudiziarie per l’omicidio dell’egocentrico pervertito, non sono mai stati tanto in pericolo.

Se però la prima stagione ci aveva abituato al nichilismo esistenziale di adolescenti selvaggi e in crisi di nervi, ciò a cui ci troviamo davanti ora è, per molti aspetti, un prodotto che parla una lingua diversa. Come diversi sono, quasi due anni dopo, i protagonisti: maturati seppure a malavoglia, Alyssa e James devono confrontarsi con il terribile passaggio all’età adulta, con tutte le prese di auto-responsabilità e consapevolezza che questo comporta. Non basta più gridare che abbiamo un problema. È ora che, a questo problema, una soluzione si trovi.

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Lo straniamento dal proprio mondo non può dunque far altro che aumentare; e, con esso, si eleva anche il livello di astrazione della messinscena, sempre più chiaramente votata a stabilirsi come metafora della condizione interiore dei protagonisti. Ci troviamo in un sogno, o piuttosto in un incubo, dove i piovosi scenari inglesi vengono trasfigurati in lugubri boschi americani spruzzati di Twin Peaks grazie a una miscela “molto Netflix” di soffuse luci al neon e toni cangianti, di inquietanti caffè sperduti nel mezzo del nulla e di musica onirica dall’inconfondibile gusto retrò. Il silenzio regna, i movimenti sono centellinati, ed è forse grazie alla mancanza del solito chiacchiericcio sociale che possiamo individuare quello che, apparentemente, non manca.

Perché in The End of the F***ing World nessuno sembra provare il bisogno di essere felice. Il divertimento è decisamente sopravvalutato, e avere dei genitori – leggasi: esseri umani incasinati – è il modo migliore per sviluppare un aggressivo complesso di inferiorità verso il fatto stesso di essere vivi. Per questo ogni singolo personaggio della serie ci risulta insopportabile. Non è mai carino vedersi impotentemente riflessi in uno specchio.

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Il mondo non sta di certo per finire, in questa seconda stagione, però, man mano, diventa sempre più dannatamente complicato. Preparatevi a rimanere stupiti, aspirate tutto d’un fiato questa serie-lampo (gli episodi non durano mai più di 25 minuti all’incirca) e non rilassatevi troppo. Perché se della vita non so nulla, di serie tv ancora meno, senza parlare dei gusti che mi piace abbinare sopra il mio cono gelato; di una sola cosa sono certa: che la stagione terza sta per arrivare. Non dico che sia dietro l’angolo. Ma ha mandato cortesemente una cartolina annunciando il suo ritorno da esotiche vacanze.

Enjoy!

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ET