Frozen II – Il segreto di Arendelle supera le aspettative

A distanza di sei anni dal primo film che, a tutti gli effetti, fece la storia della Disney 3.0, esce un sequel che molto ha fatto discutere e di cui quasi nulla si sapeva prima dell’effettiva visione. In tanti eravamo scettici, ma sorprendentemente la Disney fa centro: per un cast pressoché invariato, una trama particolare e inaspettata, persino avvincente, che segna una conclusione (ma sarà vero?) perfetta per Elsa, Anna e il regno di Arendelle. A voi la nostra recensione senza spoiler!

È stata davvero molto discussa la scelta di produrre un sequel di un film che sembrava già perfetto così com’era, soprattutto visti i precedenti: di sequel memorabili non ne abbiamo praticamente mai avuti, le minestre riscaldate sono sempre sembrate nient’altro che, appunto, minestre riscaldate.

Eppure con Frozen uno spazietto era stato lasciato, qualcosa che nessuno aveva notato: e quello spazietto si trasforma nel mondo attorno a cui ruotano le vicende di Elsa e Anna ne Il segreto di Arendelle.

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Della trama non si conosceva molto, perché la Disney è stata molto attenta a non lasciar trapelare troppi indizi nel trailer: tutto ciò che sapevamo era che una nuova avventura avrebbe portato Elsa e Anna a scontrarsi con il loro passato, e soprattutto con un segreto che sembrava coinvolgere i loro genitori.

Il segreto, che è quello spazietto lasciato vuoto con il primo film, quel qualcosa che ha fatto sì che Il segreto di Arendelle si rivelasse un sequel vincente, riguarda l’origine dei poteri di Elsa: tutti infatti abbiamo sempre saputo quali essi fossero, ma nessuno si è forse mai chiesto davvero da dove provenissero.

Ecco che con questo secondo film il segreto ci viene svelato, e sorprendentemente tutti i pezzi sembrano incastrarsi perfettamente.

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La trama risulta dunque a tutti gli effetti riuscita, è anzi molto più dinamica rispetto al primo film, molto più ricca, e forse dovremmo dire molto più… ghiacciata. Sì, perché l’impressione è questa: che forse sia addirittura molto più Frozen il sequel, rispetto al primo film. Vediamo Elsa confrontarsi con i suoi poteri, il ghiaccio è protagonista, primo fra gli altri elementi della natura. Non è più un regno di ghiaccio che viene mostrato, bensì un mondo in cui il ghiaccio racchiude in sé la verità del passato e i segreti più oscuri della magia. È proprio lei a farla da padrona, ne Il segreto di Arendelle: la magia. Ed è una magia che la Disney, se ci si mette d’impegno, sa gestire e manovrare come soltanto lei può fare.

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Elsa è dunque sempre il vero centro di tutto, la stella più brillante, il personaggio che da sei anni a questa parte e per molti anni ancora segnerà una generazione e resterà incisa negli annali della storia del cinema animato. Accanto a lei Anna, attraverso cui viene passato uno dei grandi temi universali di cui Frozen si è sempre fatto portatore: l’amore fra due sorelle che nessun altro amore può comprendere.

Eppure, chi vogliamo prendere in giro, la vera star resta una: lui, l’inimitabile, l’inarrivabile Olaf. È stato uno degli aspetti più riusciti del primo film e risulta forse, in un certo senso, il più riuscito di questo sequel: la sua comicità è inevitabile, non si può non ridere ogni volta che apre bocca, dall’inizio alla fine del film. Due sono le serie di scene che appieno caratterizzano Il segreto di Arendelle, che fanno ne un film veramente riuscito: le scene che vedono protagonista Olaf e quelle che vedono protagonista Elsa. Questi due personaggi tengono in piedi da soli un’ora e mezza di film.

Anzi, ammettiamolo: fosse stata un’ora e mezza soltanto di Olaf che dice e fa cose, sarebbe andata benissimo comunque a tutti quanti. Le sue citazioni resteranno nella leggenda, perché sfido chiunque a non riutilizzare nelle situazioni più disparate frasi del tipo Io prendo la merenda, oppure Samantha?, o ancora Vorrei tenerti i capelli, ma ho perso le braccia. Chi ha già visto il film, capirà; per chi non l’ha ancora visto, preparatevi alla memorabilità.

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Come se tutto questo non bastasse, a livello visivo Il segreto di Arendelle è semplicemente meraviglioso: una grafica di ultimissima generazione e un’estetica veramente sublime amplificano la potenza di tantissime scene fino a procurarci una pelle d’oca alta venti centimetri, e il risultato è pressoché perfetto.

Tanto perfetto il risultato grafico quanto mediocre il frutto dello scarsissimo impegno che sembra sia stato messo nel settore musicale: non so in quale altro modo dirlo, se non che le canzoni sono veramente una peggio dell’altra. Sicuramente gran parte dell’orrido è dovuta a una traduzione in italiano davvero pessima, che si cura troppo poco della metrica e della scelta delle parole, troppo poco: cosa sia successo ai nostri traduttori negli ultimi cinque o sei anni, ancora non sono riuscita a capirlo.

Ma anche la versione originale non ci dà troppe emozioni: testi semplici e sbrodolati e musiche in cui le note sembrano fare a cazzotti fra di loro, per tacere del fatto che in molti punti vengono riprese melodie già trite e ritrite, soprattutto rispetto al primo film.

Tutto ciò di certo non impedirà a Into the unknown – in italiano Nell’ignoto – di vincere l’Oscar come miglior canzone, dato che la Disney possiede l’80% di Hollywood praticamente, ma la verità è che non se lo meriterebbe neanche se fosse l’unica canzone in gara.

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Con questo vogliamo dire che Il segreto di Arendelle sia un film perfetto, che siederà nell’Olimpo in mezzo ai grandi film d’animazione firmati Disney? Per carità, assolutamente no. Però intrattiene, e questo è un dato di fatto innegabile. E soprattutto ha saputo sfruttare un’onda provocata sei anni anni fa dal primo Frozentutt’ora il film d’animazione di maggior successo di sempre – che sembra non voler diminuire di intensità. Riuscirà Il segreto di Arendelle a fare di meglio? Difficile, ma per ora, a meno di due settimane dalla sua uscita, si avvia a superare il miliardo di incassi in tutto il mondo: cosa che di certo non ne decreta il valore a livello artistico, e abbiamo diversi esempi a supporto di questa falsa equazione, ma che non è neanche da trascurare.

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Cecilia