Un Giorno di Pioggia a New York è la migliore commedia romantica dell’anno

Nonostante la distribuzione abbia dimostrato, senza remore, un ostracismo mediatico nei confronti di Woody Allen, impedendone la proiezioni in alcuni paesi, qui in Europa abbiamo ancora il dono della decenza nei confronti dell’arte e, fortunatamente, i nostri cinema hanno deciso di portarci l’ultima fatica ‘alleniana’: una commedia romantica ambientata a Manhattan con una cerchia di attori composta sia da stelle affermate, come Jude Law e Liev Schreiber, che da astri nascenti del panorama contemporaneo come Timothée Chalamet, Elle Fanning e Selena Gomez.

Per analizzare questo film e cosa ha significato per me guardarlo vi è necessariamente bisogno di una cascata di parole che siano pregne di sensazioni e emotività, come quando bevi quel cocktail di troppo ed inizi ad esternare tutti i tuoi sentimenti positivi, anche davanti a degli sconosciuti. Ecco, la recensione che vi spiega perché ho amato questo film è esattamente questo: l’inizio di una sbronza in cui la tua parlantina si scioglie senza il minimo filtro.

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Gatsby (Timhothée Chalamet) e Ashleigh (Elle Fanning) sono due ragazzi di buona famiglia che soffrono questa condizione agiata. Fidanzatisi dopo essersi incontrati ad una riunione del giornale della loro università di provincia, iniziano una relazione che sembra avere solo alti. Entrambi sono appassionati di cinema, hanno un’idea e un’opinione su tutto e cercano di stare lontani dai loro coetanei che ritengono ‘superficiali‘. Lei sogna di diventare una famosa giornalista e lui non sa ancora cosa fare della sua vita, ma sa solo che ha un talento spiccato per il gioco d’azzardo. Entrambi vogliono allontanarsi dal loro passato: Gatsby per le pressioni della madre, Ashleigh perché si sente stretta nel paesino dell’Arizona dal quale proviene. La ragazza riesce ad ottenere un’intervista al suo regista preferito per conto del giornale della sua università. L’incontro dovrà svolgersi a Manhattan e, essendo Gatsby originario di lì, si offre di accompagnarla a sue spese (grazie ad una vincita a poker di qualche giorno prima) per mostrarle la città che ama e alla quale è legato. Tutto quello che lui ritiene valido di essere visitato e assaporato della sua cara Manhattan vuole condividerlo con la sua metà. Non vi sto neanche a dire che, una volta arrivati nel cuore de La Grande Mela, le cose non si metteranno come era stato pianificato.

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Analizzare il comparto tecnico di Woody Allen è al contempo semplice, ma complesso. Non c’è bisogno di elencare tutte le sfarzosità e manierismi che un regista può decidere di adottare con le inquadrature, perché non ce ne sono. In Woody Allen non ci accorgiamo mai di stare vedendo un vero e proprio film, ma siamo sempre dei voyeur che si mettono a spiare piccole porzioni di vita di qualche personaggio interessante, o strambo. La macchina da presa sembra sempre essere assente e noi non siamo seduti su una poltroncina del cinema, ma siamo dei tizi con un impermeabile, un cappello, gli occhiali scuri e due buchi sul New York Times che osserviamo Timothée Chalamet vagare sotto la pioggia e Elle Fanning finire in balia di artistoidi da strapazzo in preda a crisi mistiche.
La parte complicata dell’analisi tecnica e stilistica di Allen incombe nel momento in cui bisogna stare attenti non a come inquadra una scena, ma cosa inquadra in quella scena. Tutti i personaggi hanno abbigliamento e colori che riconducono immediatamente alla loro condizione psicofisica, sia essa palese a primo impatto o più nascosta.
Diversamente a come succedeva in un altro film recente del regista, in cui la pioggia era una parte fondamentale del racconto, e in cui la città veniva mostrata il più possibile con la sua torre di ferro, la sua piramide-museo, il suo fiume e le sue ninfee poco lontano dal centro città, di questa Manhattan vengono mostrati specialmente gli interni. La camera d’albergo, il bar stile Anni ’20 con la musica leggera dell’epoca, le case super aristocratiche sono luoghi in cui i nostri protagonisti si spostano di continuo, fuggendo e rincorrendosi.

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Quante volte pensiamo di avere la persona perfetta per noi in quel momento, ma da piccolissimi dettagli ci rendiamo conto che non avete nulla in comune e nulla da spartire, in realtà?
Continua qui Woody Allen questo discorso iniziato con Midnight in Paris, con il quale ci sono delle sostanziali differenze, però: Nel film ambientato in Francia il nostro protagonista è un sognatore che vuole abbandonare la sua vita monotona ma non riesce a tagliare i ponti con le persone che trattengono il suo lato creativo, fino alla fine; in Un Giorno di Pioggia a New York il personaggio di Gatsby è come sballottato dagli eventi e non ha un vero e proprio scopo nella vita. Certo, si sente un asso del gioco d’azzardo, ma non vorrebbe mai diventasse il modo in cui si guadagnasse da vivere e, anche se non perde un attimo per lamentarsi dell’educazione impostagli dalla madre, sa anch’egli che si sentirebbe in colpa a dare un dispiacere troppo grande alla donna che ha investito molto su di lui e sul suo futuro.
Se nell’altro film si cancellava tutto il passato per riscrivere il presente, qui abbiamo una semplice rielaborazione del presente, dove si fa una cernita di ciò che serve a noi, come esseri umani, per vivere serenamente con il proprio corpo e la propria psiche. Diventa, così, inutile rincorrersi e cercarsi per trovare dei punti di contatto dove non potranno mai nascere delle convergenze. Se si ha il coraggio di prendere delle posizioni forti nella propria vita, si può essere in grado di portare dei cambiamenti anche miracolosi per migliorare la nostra sopravvivenza. O, quantomeno, questo è il percorso attraversato da Gatsby.
Ashleigh sembra una ragazza piena di sé, sicura, ma anche molto influenzabile. Il ritrovarsi in un ambiente così schizofrenico, come quello cinematografico, le fa perdere quasi contatto con la realtà. Il suo volere a tutti i costi inseguire una carriera non le permette di ragionare lucidamente sugli eventi che le accadono intorno, limitandosi a scrivere tutti i fatti più interessanti sul suo taccuino, sperando di trasformare quel week-end in un articolo da ‘premio Pulitzer’.
La smania per il lavoro e lo stacanovismo con il quale rincorre il soggetto della sua originale intervista la porta a rinnegare il suo essere, il suo presente, solo per un tornaconto che può essere lavorativo, in alcuni casi, e soddisfacente dal punto di vista fisico, in altri.

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Questo film parla di come la vita sia un susseguirsi di eventi che sono guidati da un caos irrefrenabile, dove non possiamo avere delle programmazioni certe per il futuro, perché potrebbe saltare fuori all’improvviso un regista piagnucolone a sconvolgere tutti i nostri piani.
E smettetela di cercare la persona perfetta per la vostra vita. Cercate la persona che si incastra in maniera perfetta in questo specifico frangente della vostra vita. Chiaro?

Dōmo arigatō, e alla prossima!

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