Il cinema di oggi e la paura di aver vissuto inutilmente

In quanto spettatore cinematografico mi dedico spesso, in maniera voyeuristica, all’osservazione dei commenti e delle reazioni che il pubblico ha quando si trova a dover esprimere un giudizio (anche non richiesto) su un’opera cinematografica. Avete mai sentito le persone abusare della parola ‘capolavoro’? Io sì e in questo articolo cercherò di spiegarvi i motivi di questo fenomeno, parlando in special modo di ciò che sbatte freneticamente nella testa di chi esprime giudizi affrettati, in preda a deliri di eccitazione.

 

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Partiamo con il dire che la nostra società occidentale ha avuto un’influenza cristiana che ha modificato il nostro immaginario sulla vita e sull’esistenza, sin dalla prima diffusione dei vangeli. La proiezione della nostra vita verso un ‘futuro‘ non ben definito ha spinto l’essere umano a giustificare le proprie azioni presenti, sperando in una prossima redenzione che potesse salvare la sua anima apparentemente immortale.
Cosa va in contraddizione con questa morale, però? La semplice voglia di prevalere e di mettersi in mostra tipica della nostra specie. Ecco che ci si sente in dovere di lasciare un segno sul nostro cammino, sia esso con un’opera d’arte, con un’azione spontanea o costruita ed ecco che la paura della morte compare anche nelle menti e negli animi dei più ferventi religiosi che auspicano per sé stessi una vita che non è di questo mondo, costellata di beatitudine e di serenità.

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Anche se ‘dall’altra parte‘ sarò salvato, ha avuto senso quello che ho fatto qui ed ora? Lo sgomento che colpisce chi si interroga esasperatamente sul senso della vita, in generale, o della propria esistenza, in particolare, può immediatamente trasformarsi in un’angoscia perenne, in grado di far crollare qualsiasi castello esistenziale che abbiamo costruito vivendo giorno dopo giorno. Il tutto si amplifica, in special modo, quando non ci si sente abbastanza ‘capaci’ di esprimere la propria volontà di potenza, di manifestare che io Sono, qui ed ora. In sostanza: quando ci si rende conto di non avere alcun tipo di talento.
Va da sé che quando parlo di ‘talenti‘ faccio riferimento alla cerchia ristretta di capacità racchiuse nelle ‘Sette Arti‘ canoniche riconosciute come tali dalla società contemporanea (architettura, musica, pittura, scultura, poesia, danza e cinema).

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Cosa scatta, quindi, nel cervello dell’uomo in questi casi? Sempre più rara è la voglia di mettersi in gioco, anche a costo di risultare dei totali perdenti e di fallire nonostante i propri sforzi e la soluzione rimane una sola: fare affidamento sugli altri, su chi i ‘talenti‘ li ha davvero. Paragonare la propria epoca alle precedenti è sempre svilente, soprattutto se si vive con la costante ricerca di un ‘eroe‘ (leggi Messia) in qualsiasi campo artistico o lavorativo che è a noi congeniale o da noi banalmente frequentato. Film come ‘Midnight in Paris‘, per esempio, basano tutto il loro essere sull’effetto che fa la nostalgia nella mente degli esseri umani, rendendoci addirittura capaci di rinnegare il proprio presente, a favore di epoche in cui non abbiamo vissuto e che idealizziamo attraverso i segni del passaggio di altri individui dotati di ‘talenti‘.

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Il confronto è ingiusto nei confronti di chi vive la nostra contemporaneità. Perché quasi 70 anni fa il mondo poteva avere il privilegio di godersi De Sica, mentre noi no? Perché noi non possiamo avere un Nostro ‘De Sica’?
Qui si concentra tutto il preambolo di questa sottospecie di flusso di coscienza di stampo sociologico: sull’invidia e sulla paura.
Se da un lato siamo invidiosi di epoche passate e stufi di sentire dei vecchi retrogradi che dicono sempre ‘Ai miei tempi…‘ e quindi cerchiamo qualsiasi fenomeno presente per dimostrare la validità del nostro tempo dal punto di vista artistico, dall’altro osserviamo come la paura dell’insensatezza dell’aver vissuto sia parte integrante di questa scelta di innalzare a ‘capolavoro‘ qualsiasi opera ci susciti qualcosa, anche la più piccola e sincera emozione.
Il principio di auto affermazione passa anche attraverso questi lidi, dove la voglia imperante di dimostrare di aver vissuto una vita piena e ricolma di geni, come nel passato, sovrasta molto spesso le capacità di giudizio.
Tutto ciò va in contraddizione anche con un senso logico molto semplice: come è possibile che ci siano così tanti capolavori? Siamo davvero nell’epoca più fortunata della storia solo perché siamo in grado di potere vedere e consumare qualsiasi cosa in qualsiasi momento grazie allo strato di etere che sta sopra le nostre teste?

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Un’ultima analisi è obbligatoria sulla relativa conseguenza che questi giudizi sui ‘talenti‘ altrui comportano sul quotidiano vivere: pressoché nulla. Non vi è, infatti, una relazione di causa-effetto immediata quando esprimiamo il nostro entusiasmo ingiustificato su un’opera cinematografica, perché si tratta solo di un’opinione, giusto? Beh, sì e al contempo no.
Un insieme di giudizi espressi così velocemente, ora che possiamo avere accesso ‘all’infinito‘ possono comportare dei cambiamenti notevoli nel mercato del ‘talento‘ sul quale si va ad esprimere un giudizio, spostando le tendenze di investimento verso ciò che la maggior parte delle persone reputa come estremamente valido e, quindi, come fonte sicura e immediata di guadagno. Chiaro, è sempre stato fatto questo discorso, ma mai prima d’ora si è avuto accesso ad una così grande quantità di dati e di informazioni del pubblico pagante.
Come mai non si parla di cinema nello stesso modo in cui si parla di medicina o di scienza (sia ben chiaro che parlo di persone dotate di un criterio di giudizio, escludendo quindi tutti i complottisti del caso)?
Non interroghiamoci sulla sensatezza della nostra vita e del nostro presente, ma approfittiamo dell’insensatezza lapalissiana della nostra esistenza per godere appieno di quello che ci circonda. Ricordate che gli dei greci hanno sempre invidiato la mortalità della vita umana, perché quando una cosa è eterna è destinata a perdere di valore.

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Scusate se non ho portato alcuna fonte per sostenere il mio pensiero, ma non era nemmeno l’intento ultimo di questo articolo fare dell’informazione. Semplicemente sentivo l’esigenza di esprimermi su un argomento attuale attraverso un flusso di idee che mi colpiscono spesso, anche involontariamente.
Lasciamo che sia il tempo a decidere cosa sia o no un capolavoro, senza dare un valore esagerato al nostro passaggio sulla terra, perché gli unici a cui importa realmente siamo noi stessi e a chi ci sta accanto, e molte volte nemmeno a loro.

Dōmo arigatō, e alla prossima!

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