Pinocchio dimostra che Garrone è il miglior regista italiano

Il nuovo film di Matteo Garrone è la trasposizione cinematografica della favola più conosciuta in Italia e una delle più famose in tutto il mondo: Pinocchio. Avendo riunito un cast pieno di volti caratteristici e noti, come Massimo Ceccherini, Rocco Papaleo, Gigi Proietti e Roberto Benigni (nel ruolo di Geppetto), sarà riuscito a portare questo film almeno una parte della magia contenuta ne ‘Il Racconto dei Racconti’?

 

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Solitamente si inizia una recensione con una sinossi della trama del film in questione, ma è davvero necessario? Penso che tutti sappiano la storia di Pinocchio, del pezzo di legno divenuto bambino dopo aver capito il valore della sincerità e della lealtà. Quindi, se siete d’accordo con me, direi di andare oltre questa sezione analitica e parlare immediatamente di come si compone uno dei film più belli del 2019, a mio parere.

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Il titolo non è assolutamente clickbait. Un regista che deve mettere alla prova sé stesso, dopo aver mandato in sala ‘Il Racconto dei Racconti‘ e ‘Dogman‘, con la fiaba più conosciuta e più amata in tutto il nostro paese è un autore che ha bene in testa come svolgere il suo lavoro. L’ultima riproposizione celebre del romanzo di Collodi è stata l’incasso italiano più alto di sempre (fino all’arrivo dei film con Checco Zalone) ed è stata diretta proprio dall’uomo che interpreta Geppetto in questo film, Roberto Benigni. Un attore capace di performance notevoli ma che, ammettiamolo tutti, con la macchina da presa in mano non è mai stato un bravo autore, se non in qualche sua commedia.
Sapevo per certo che non mi sarei ritrovato davanti ad un Pinocchio che facesse il verso a quello di Benigni, ma quando fai un film così esplicitamente indirizzato ad un target di pubblico così piccolo, c’è sempre la paura che la casa di produzione faccia delle storie e possa mettere i bastoni fra le ruote tra quale sia l’idea originale dell’autore e quello che i produttori pensano sia più consono proporre ai bambini di oggi al cinema. E’ anche vero che si parla di un autore che calca i palcoscenici dei festival più importanti d’Europa con i suoi film e ciò comporta diversi strappi alle regole da parte di chi ci investe i soldi. Ma se addirittura Scorsese è dovuto ricorrere a Netflix per girare un film, mai dire mai.

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Quello che si nota subito di questo film è il senso di realtà che imprime Garrone al suo racconto di fantasia. Se in altre trasposizioni la povertà di Mastro Geppetto è annunciata, ma poco presente, in questa pellicola vediamo come il padre di Pinocchio faccia realmente fatica ad arrivare a fine giornata, elemosinando lavori di poco conto, pur di mettere qualcosa sotto i denti. Il film inizia proprio con Benigni intento a scalpellare una crosta vuota di formaggio per poterne raccogliere le minuscole scaglie rimaste all’interno. Tutta la vita di campagna raccontata porta alla mente quel cinema, a tratti, neorealista dove vi è la quotidianità delle azioni dei contadini, in cui viene messa in luce la routine e la fatica di questa (quasi) perduta manovalanza. Il tutto senza negare dei sorrisi amari che queste ‘maschere‘ ritratte da Garrone provocano nello spettatore.

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Quello che mi aveva convinto fin dalle prime immagini rilasciate erano stati i trucchi degli attori. Questo è quello che mi aspettavo come ‘lascito‘ da Il Racconto dei Racconti: una trasformazione della fisicità degli attori che fosse tangibile e, per quanto assurda, verosimile. L’utilizzo della CGI è ridotto ai minimi termini, se non con i personaggi che devono interpretare delle creature che di antropomorfo non hanno nulla, e con tutti gli attori che si sono prestati ad ore e ore di trucco per poter incarnare delle figure animali che raccontano i vizi e le virtù degli esseri umani nel modo più genuino possibile. Didascalici, sì, ma diretti con un’idea talmente brillante da non poter risultare in nessun modo banali.

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Poi sarò fissato io e vedo uno dei registi migliori della storia del cinema dovunque, ma questo film è felliniano in tutto e per tutto: Il grottesco che porta negli spettacoli di Mangiafuoco; la veridicità assurda dei personaggi precedentemente citati riportano alla mente le immagini de La Strada; le scelte dei volti degli attori che interpretano i personaggi più particolari, con la loro dizione imperfetta e fortemente dialettale mostrano figure che nel cinema odierno sono utilizzate, solitamente, per ruoli comici e denigratori, ma che qui portano una visione di una realtà distorta che si confà perfettamente all’idea più classica di fiaba che possiamo avere in testa, ricordando le storie che ci venivano raccontate da bambini. Proprio come fa Lumaca con Pinocchio per farlo addormentare.

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Senza dubbio uno dei film migliori usciti quest’anno al cinema e di diritto il miglior film italiano del 2019. Un film talmente bello che Tim Burton se lo proietterebbe in casa a ripetizione.

Dōmo arigatō, e alla prossima!

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