Checco Zalone ci prova con Tolo Tolo, ma fa un mezzo disastro

Il protagonista assoluto dei botteghini italiani è tornato ad anni di distanza dal suo ultimo film per raccontarci qualcosa di diverso. Il suo intento è stato quello di calare il proprio film nel contesto più odierno possibile, mostrando situazioni e avvenimenti che vengono riproposti quotidianamente dai telegiornali locali, cospargendoli un po’ della sua solita ironia e spensieratezza. Come sempre il cast si compone di attori nuovi e quasi sconosciuti, un po’ per dare possibilità a nuove leve, un po’ per poter risparmiare qualche soldo sul budget.

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Mi sento strano a dover parlare ‘male’ di Checco Zalone, o quantomeno dei suoi film. Perché questo è come se fosse una specie di outing per me, nei confronti della mia famiglia. Perché, sapete… Ecco… Sì. Sono di origine pugliese, amo la Puglia, ma non sopporto più Checco Zalone. L’ho detto.
Non credo neanche sia culturalmente accettata questa cosa nella mia regione d’origine e penso che alcune persone, a Foggia, siano state accoltellate per molto, molto meno (Si scherza, foggiani, mangio sempre le vostre olive di Cerignola e sostengo l’economia locale, tranquilli).
La recensione, quindi, sarà più uno spiegare il perché il fenomeno Checco Zalone abbia bisogno di una svolta, se non vuole essere dimenticato in un batter d’occhio.

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Checco è ancora una volta un fallito, ma un sognatore. Dopo aver cercato il proprio posto nel mondo ha un’idea geniale: aprire un ristorante di sushi extra lusso nelle Murge. Idea talmente geniale che fallirà miseramente dopo poco tempo. Checco scappa così in Africa, lasciando la sua famiglia inseguita dal fisco e dallo stato per ripagare i suoi debiti che ammontano a più di 400 mila euro.
In Africa Checco fa amicizia con i locali, lavorando in un villaggio turistico lussuoso, fino a quando non vi è una rivolta dei guerriglieri del posto, distruggendo il luogo di vacanza. Checco sarà così costretto a risalire l’Africa per poter andare a realizzare il suo sogno: raggiungere il Liechtenstein, dove abita suo cugino, perché lì hanno l’IVA al 5%.

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L’idea di Luca Medici in questo film era trovare un espediente narrativo per raccontarci, o almeno provare a raccontarci, cosa sono disposte a fare le persone che abbandonano la loro casa, la loro famiglia e le loro insicurezze per intraprendere un viaggio infernale che potrebbe portarli ad avere un futuro. Non migliore o peggiore, ma semplicemente un futuro, semplicemente provare a sopravvivere.
Il tentativo di Luca Medici è stato lodevole, da questo punto di vista, perché ha voluto affrontare un’altra tematica importante e di attualità, come già fece con ‘Che Bella Giornata‘, ma andando nella centralità dell’argomento, questa volta, parlando dell’unica cosa della quale si continua a discutere in tutti i canali dedicati alla politica e all’attualità dal post-Berlusconismo: l’immigrazione.

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Cosa succede, però? Che il film, essendo comunque un film comico, alla base, non ha potuto sviscerare pienamente gli argomenti con i quali si confronta. Non ci sono mai delle vere e proprie scene in cui ti senti a disagio guardando il film, anche se la situazione lo richiederebbe. Non è sufficiente immergersi in una storia che attinge a piene mani dalla politica di oggi per dire di aver fatto un film ‘attuale’ e che ‘parla dei problemi del nostro tempo’. La superficialità con la quale le cose sono affrontate ricorda la pochezza di contenuti presente ne ‘La Vita è Bella’, in cui con un gioco si maschera un qualcosa di orripilante. Qui è la stessa situazione: siccome è una commedia e non possiamo far vedere troppo agli spettatori, lasciamo solo intendere le cose. Ed è così che, magicamente, i campi di prigionia in Libia diventano soltanto uno stanzone bello largo in cui i profughi vengono parcheggiati senza conseguenze di sorta.
Cosa? Come dite? La protagonista viene costretta ad andare a letto con uno dei due vigilanti del campo? Sì, peccato che le chiedano quale dei due lei preferisca. Sicuramente gli stupri avvengono così in quei campi, con la donna che sceglie, quantomeno, quello che le fa meno schifo. Chiaro.

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Ultima postilla va fatta sulla ripetitività incessante del personaggio Checco Zalone. La macchietta che si è creato nei suoi ultimi tre film è diventata davvero esasperante. Sappiamo già, quando entriamo in sala, che ci troveremo davanti all’italiano medio soffocato dalle tasse che cerca di fare il furbetto risparmiando il più possibile dallo stato sanguisuga, che, nonostante cerchi di tassare il cittadino per permettergli di avere tutto quello di cui si approfitta in continuazione, è brutto e cattivo e noi dobbiamo cercare di fregarlo.
Senza contare i riferimenti forse troppo campanilistici alla vita quotidiana della Puglia, che potrebbero essere difficilmente compresi da chi non proviene dalle nostre terre in comune. Come dite? State ridendo? Sì, lo so anche io che i pugliesi sono come conigli in piena stagione degli amori e si riproducono alla velocità della luce ma, anche se poco plausibile, ci sarà comunque qualcuno che non ha nemmeno una discendenza dalla Puglia nel suo albero genealogico.

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In sostanza, questo film sta incassando come non mai e sicuramente avrò torto a giudicarlo così male, sta di fatto che non mi sono voluto soffermare sui giudizi dal punto di vista prettamente tecnico, altrimenti sarebbe stato come sparare sulla croce rossa.
Molla quella telecamera, fratm. Ascolt’ammè.

Dōmo arigatō, e alla prossima!

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