Piccole donne è una storia d’amore tra una ragazza e il suo romanzo

Settimo adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Louisa May Alcott, Piccole donne vede alla regia una Greta Gerwig ancora un po’ impacciata, ma sulla buona strada per diventare una regista affermata, e vanta un cast di stelle del calibro di Saoirse Ronan, Timothée Chalamet, Meryl Streep e Laura Dern, ma in cui sorprendentemente la più luminosa risulta la meno conosciuta Florence Pugh, che veste i panni di Amy March. La trama risulta fedelissima al romanzo, con qualche modifica volta a rinfrescare una storia che ormai tutti conosciamo benissimo. La Gerwig si è rivelata all’altezza del gigante culturale di Piccole donne? La risposta nella nostra recensione.

Sembrava che del romanzo di Louisa May Alcott non fosse rimasto nulla da dire, che con l’ultimo adattamento che ha fatto brillare Winona Ryder nei panni di Jo March nessun altro avrebbe più potuto calzare quelle scarpe e raccontarci la storia delle quattro piccole donne con parole diverse, perché letta con occhi diversi.

Bisogna dire che il tentativo di Greta Gerwig ci ha fatto ricredere, anche se con qualche riserva.

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La storia la conosciamo tutti, ed è quella di quattro ragazze che affrontano la loro giovinezza, durante gli anni della Guerra di secessione americana, e i problemi economici e sentimentali ad essa legata. Il focus di questo riadattamento, in perfetta consonanza con le questioni di genere che dominano il momento presente, è il riscatto sociale e personale a cui può aspirare una donna di quell’epoca, e paladina di questo riscatto è Jo March, la scrittrice della famiglia.

Lo stratagemma utilizzato dalla Gerwig per rinfrescare questa storia già molto nota è temporale: la storia infatti viene raccontata saltando dal passato al presente e dal presente al passato, non tanto sottoforma di flashback, quanto proprio come fosse una sequenza di scene appartenenti a due tempi diversi incollate l’una accanto all’altra.

In questo senso, se vogliamo cominciare dagli aspetti meno riusciti del film – e non temete, sono pochi e perdonabili -, la Gerwig ha peccato di superbia: l’idea era infatti molto valida, ma la realizzazione non risulta essere all’altezza di quell’idea.

Per tutta la prima parte del film, seguire la narrazione è più complesso di quanto possiamo accettare da una storia che in teoria di complesso non ha nulla, proprio perché questo continuo saltare dal presente al passato e viceversa non presenta nessi logici, non dà spazio a scene ampie e lunghe che diano modo di accomodarsi nel momento che ci viene presentato, per poi affrontare un ricordo in modo più maturo. È puramente a livello tecnico che la sceneggiatura della Gerwig presenta qualche fastidioso difetto.

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E proseguendo con i difetti della sceneggiatura, è sempre la prima parte del film a convincere poco. Corre con frenesia, quasi mostrandoci un riassunto di tutte le scene più conosciute del romanzo, vuole introdurre tanti temi, ma senza dare loro spessore e finisce per risultare quasi superficiale. Le doti attoriali di un cast ricchissimo non emergono per una buona ora, appiattendo inevitabilmente tutti i personaggi che già conosciamo. I dialoghi sembrano scritti da un principiante che ha avuto giusto il tempo di guardarsi qualche film degli anni ‘90: non sono moderni, pur rispettando il periodo storico, sanno di frasi fatte e buoni sentimenti.

E la narrazione sembra quasi dare per scontato di essere già nota, dunque si permette salti temporali anche solo restando nel passato che stridono nel momento in cui cerchiamo di capire a che punto siamo della storia delle ragazze.

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Insomma, fino all’intervallo il film risulta abbastanza noioso e non sembra valere i soldi spesi per andare al cinema a vederlo. Ma ecco che si risolleva come toccato dalla mano del Signore e ci presenta una seconda parte che merita davvero di essere vista. Dopo un’ora passata a girare la chiave cercando di mettere in moto la macchina, ecco che il motore si accende e tutti gli ingranaggi scivolano alla perfezione l’uno sull’altro. Questa seconda parte ha ritmo, sa di nuovo, strizza l’occhio al romanzo e ci gioca con maestria. È una seconda parte così interessante da salvare l’intero film e da farmi uscire dalla sala del cinema con la voglia di rivederlo.

Ed è proprio in questa seconda parte che anche il cast si incendia, e ci viene quasi da dire: oh, ora sì che ti riconosco. Lo diciamo alla splendida Saoirse Ronan, che solo per un’ora ci fa dimenticare la Jo March di Winona Ryder e si conferma come una delle attrici più brillanti della sua generazione. Lo diciamo a Timothée Chalamet, il cui particolare fascino ora sì riempie tutto lo schermo, come fosse lui la vera star del film, e che conferma, alla pari della Ronan, le sue incredibili doti. Lo diciamo a Laura Dern, che forse non è riuscita a oscurare Susan Sarandon, ma che comunque fa un lavoro stupendo con la sua Marmee, soprattutto nel momento in cui emerge il rapporto con Jo, decisamente più approfondito in questo film, rispetto a quello del 1994. E lo diciamo soprattutto a Florence Pugh, sorpresa assoluta del film, che con la sua interpretazione porta in primo piano un personaggio rimasto sempre sullo sfondo, rubando persino la scena alla Jo March della Ronan.

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Purtroppo il personaggio di Amy sembra emergere a scapito di quello di Friedrich Bhaer, che risulta null’altro che secondario, così come secondario appare il rapporto che lo lega a Jo, decisamente più riuscito nel film del 1994 e che in questo Piccole donne viene affrontato in modo molto superficiale. Il che è un peccato, dato che l’amore di Jo per questo vecchio scrittore, a suo tempo interpretato da Gabriel Byrne, rappresenta decisamente uno degli aspetti più meravigliosi della storia, narrato in modo sublime nel film del 1994. Perché è anche così che Jo afferma la sua indipendenza, il suo coraggio, la sua unicità: tutto il mondo si aspetta che sposi il bel damerino, che alla fine scelga una vita insieme a Laurie, ma lei invece si innamora dell’unico uomo veramente alla sua altezza. Sceglie lui, anche se è la scelta più insensata che avrebbe potuto fare: Friederich non è bello, non è ricco, non è giovane, ma non è di tutte queste cose che Jo March ha bisogno, e per questo è un peccato che la loro storia d’amore sia passata così in secondo piano, sia stata così modificata.

Ma d’altronde la Gerwig lo dice chiaramente, attraverso il personaggio di Jo: l’amore non è l’unica cosa per cui è fatta una donna.

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Ultimamente è fin troppo facile riempirsi la bocca di femminismo becero, ed è con questo timore che ho approcciato il Piccole donne di Greta Gerwig: affermo con piacere di aver giudicato male. È qui espresso un messaggio a favore di tutto ciò che di buono può essere detto da una celebrazione delle donne, nel modo più elegante possibile, così che quel messaggio raggiunga anche le menti più stanche dell’estremismo che spesso caratterizza le liturgie femministe degli ultimi tempi, davanti a cui le nostre piccole donne probabilmente si vergognerebbero. Se ogni generazione ha la sua versione delle storie intramontabili, questi tardi anni 2000 non potevano desiderare un adattamento di Piccole donne migliore: perché ciò che importa, alla fine, è quello che il film rappresenta, molto più di come è realizzato.

Ed è forse la fine a celebrare nel modo migliore l’intera narrazione, quando finzione e realtà cadono l’una sull’altra e vediamo Jo March, alle prese con il suo editore, discutere del finale del suo libro: la protagonista si sposerà, non è così? È la stessa domanda che è stata posta a Louisa May Alcott, la stessa che viene posta a tutte le donne: alla fine la protagonista della vostra storia, che siate voi, che sia qualcun altro, si sposerà, non è vero?

Jo non lo vuole per la sua protagonista, ma alla fine succede comunque, e sembra proprio che Greta Gerwig voglia dirci il perché: Jo si sposa perché altrimenti il libro non avrebbe venduto. E allora va bene, corriamo a riprendere Friedrich. Perché tanto è chiaro qual è la vera storia d’amore di Jo: è il suo libro. Quel libro che ha cominciato a scrivere dopo la morte di Beth, il libro che le sue sorelle l’hanno ispirata a scrivere. La storia di una piccola donna che parla di piccole donne. Di piccole donne che hanno una mente, hanno un’anima, e non soltanto un cuore. Piccole donne che hanno ambizioni, hanno talenti, e non soltanto la bellezza.

Sono così stanca di sentir dire che l’amore è l’unica cosa per cui è fatta una donna, sono così stanca di questo, dice Jo, lo urla al mondo intero. Ma alla fine di una storia d’amore si tratta, una storia di amore verso se stessa e verso il suo romanzo. Lo stesso romanzo che si rifiuta di vendere persino davanti a un pagamento certo e sicuro. Jo si tiene il suo romanzo perché è suo ed è la cosa che ama di più in tutto il mondo. Questa è la storia d’amore che Greta Gerwig ha voluto raccontare, così lei stessa ci descrive la sua versione di questa storia, e in questo senso il suo Piccole donne risulta assolutamente vincente.

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Cecilia