1917 è un film tecnicamente perfetto

Il regista Sam Mendes, dopo aver dedicato gli ultimi anni della sua carriera ai film di 007, decide di mettere anima e corpo in un progetto del tutto diverso e nel quale credeva da parecchio tempo: 1917. Questa pellicola ha lasciato molti addetti ai lavori e molti giornalisti a bocca aperta, specialmente per ciò che concerne la composizione del film dal punto di vista tecnico. Il cast segue le gesta di George Mackay, Dean-Charles Chapman, Richard Madden, Benedict Cumberbatch e Colin Firth tra le trincee inglesi in Francia durante gli ultimi segmenti della prima guerra mondiale.

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Qualche mese fa mi ero messo in testa di recuperare gli ultimi film di James Bond con Daniel Craig come protagonista e, inevitabilmente, sono incappato nella pagina wikipedia di Sam Mendes, dal momento che ha diretto gli ultimi due film usciti per il cinema di questa storica saga (Skyfall, Spectre). In fondo alla lista dei film da lui diretti compare una data specifica: 1917. Mi incuriosisco, clicco, e vengo a scoprire che il regista in questione avrebbe diretto un film ambientato durante la prima guerra mondiale, in mezzo allo sporco e alle trincee, con un cast di tutto rispetto e una voglia di raccontare la guerra sotto un altro punto di vista. Corro a vedere la data di uscita in Italia, è nell’anno solare 2020, piango un po’ per la distanza che mi separa dalla visione del film e torno a innamorarmi di Léa Seydoux che fa la profumiera con Daniel Craig.
I mesi passano e questo fantomatico 1917 viene esaltato da tutti quelli che l’hanno visto, portandolo sul palmo di una mano nell’Olimpo dei migliori film dell’anno, macinando candidature su candidature ai BAFTA, 10 possibili statuette agli Oscar e vincendo due Golden Globe. ‘Mecojoni!’, direbbe la Sora Lella e finalmente posso parlarvi del perché, secondo me, questo film (fra alti e bassi) ha ricevuto meritatamente le attenzioni di questi ultimi mesi.

P.S. La lettura del suddetto articolo è consigliata con le cuffie, per essere accompagnati da Johnny Cash.

 

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I due soldati di fanteria William Schofield e Tom Blake vengono designati per una missione che, a tratti potrebbe essere suicida, ma che ha come compito quello di salvare le sorti di un intero battaglione inglese che dista parecchie miglia dall’accampamento principale. Gli inglesi credono di aver quasi vinto la guerra e di poter sfondare uno degli ultimi fronti tedeschi rimasti. Il battaglione non sa, però, che l’apparente resa è solo un piano dei tedeschi per stanare le truppe inglesi e poter terminare la vita di 1600 uomini, dando un colpo micidiale al corpo militare di Sua Maestà. William e Tom partono alla volta del battaglione che sta per sferrare l’attacco sperando di riuscire a recapitare il messaggio e di fermare immediatamente l’operazione.

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Nel momento in cui è stata svelata la “magia” di questo film ho iniziato ad avere un pochino paura. Sapere prematuramente che l’opera fosse stata girata con un unico (fittizio) piano sequenza ha instillato in me il dubbio che sarebbe potuto risultare un film vittima della propria tecnica. Uno di quei lavori che riempiono le schermo in maniera roboante e fastidiosa di svolazzamenti e vezzi di camera capaci di farti percepire l’artificiosità di quello che stai osservando sullo schermo. Insomma, l’inculata a mo’ di Revenant era dietro l’angolo, amici. Da un certo punto di vista li capisco anche i registi che si rendono conto di essere una spanna sopra i propri colleghi con la telecamera in mano. E’ normale che ci sia nel loro subconscio un sentimento denso di prevaricazione per dimostrare a tutti quanto il loro… ehm… ‘obiettivo’ sia più lungo e focale di quello altrui (sì, è una metafora del pene maschile). Qui posso dirvi che la tecnica non si mangia del tutto il film, perché l’utilizzo della steadicam e della macchina a mano per creare i piani sequenza non influiscono sulla riuscita delle scene, evitando il disastro dell’apparente scenografia teatrale, dove tutto quanto sembra trovarsi esattamente al punto giusto e al momento giusto perché il regista pone il suo occhio al di sopra di quello della macchina da presa.

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L’utilizzo del piano sequenza per raccontare il film ha la capacità di elaborare un’immagine metaforica di una canna da pesca. Il protagonista si muove perennemente in linea retta, attirato dal suo obiettivo e dal desiderio di salvare i suoi compagni, con la macchina da presa che funge da amo che, nonostante si incagli in qualche scoglio qui e là, con uno sforzo considerevole e qualche strattone al mulinello strappa dalla morte e dai fallimenti William, deciso a portare a termine la sua missione qualsiasi cosa accada.
Il film è suddiviso sostanzialmente in due metà, dove la prima risulta più debole della seconda sotto ogni punto di vista e ti catapulta in una storia che non sembra poter avere degli spunti interessanti o diversi da quello che puoi vedere in un’infinità di altri film che affrontano il tema della guerra. Fortunatamente, però, nella seconda metà viene dato più spazio anche all’intimismo di William, mostrandoci i caratteri messi a nudo dalle atrocità che lo circondano in questo viaggio della speranza.

They went to sea in a Sieve, they did,
In a Sieve they went to sea:
In spite of all their friends could say,
On a winter’s morn, on a stormy day,
In a Sieve they went to sea!
And when the Sieve turned round and round,
And every one cried, ‘You’ll all be drowned!’
They called aloud, ‘Our Sieve ain’t big,
But we don’t care a button! we don’t care a fig!
In a Sieve we’ll go to sea!’
Far and few, far and few,
Are the lands where the Jumblies live;
Their heads are green, and their hands are blue,
And they went to sea in a Sieve. […]

La capacità di rendere particolarmente interessanti le scene dedicate all’essere umano William, più che al soldato, sono in gran parte merito del direttore della fotografia Roger Deakins. Due delle scene chiave per la comprensione dell’uomo William, più che del soldato, hanno un gioco di colori, luci e ombre che denotano una capacità e tecnica e artistica decisamente fuori dal comune nel panorama hollywoodiano.

L’unica nota negativa sul piano tecnico che mi sento di dare al film è quella che concerne la colonna sonora originale. I corni, gli archi e la pomposità delle composizioni accompagnano eccessivamente lo spettatore all’esposizione dei suoi sentimenti, indicando esplicitamente quale sia la casellina dello spettro delle emozioni da attivare scena per scena. Un’infinito numero di sequenze avrebbe beneficiato dei semplici suoni ambientali e perdono, invece, la loro potenza con l’infarcimento di un’orchestra che gonfia e sgonfia l’ampiezza dei frame a suo piacimento, deformandone la visione.

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Il film è ben riuscito e comprendo il rumore mediatico che ha sviluppato nel corso dei mesi, nonostante non si tratti del capolavoro incredibile del quale ho sentito parlare un po’ dappertutto. A voi è piaciuto? Quante statuette pensate si porterà a casa?

Dōmo arigatō, e alla prossima!

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