Birds of Prey e la fantasmagorica emancipazione dagli uomini brutti e cattivi

Margot Robbie torna al cinema vestendo i panni di Harley Quinn in una pellicola tutta al femminile, in un cinecomic che cerca di raccogliere i cocci di Suicide Squad per cercare di raccontare la storia di uno dei personaggi diventati più iconici dell’universo fumettistico: una donna che sa stare un passo dietro ad un grande villain (sto scherzando, per l’amor di dio).
Oltre alla Robbie troviamo nel cast Ali Wong, Mary Elizabeth Winstead, Jurnee Smollett-Bell, Ella Jay Basco, Rosie Perez, Chris Messina, Charlene Amoia e Ewan McGregor.

Suicide Squad è acqua passata, per fortuna, e non era possibile fare qualcosa di peggio. Posso sinceramente dire che la regista Cathy Yan ci abbia provato in tutti i modi a creare un film che potesse discostarsi il più possibile dalle atmosfere e da quello che abbiamo visto nella pellicola che precede questo lavoro. Il problema è che ci sono parecchie cose che non funzionano come dovrebbero.

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Harley Quinn si ritrova da sola. Dopo i trascorsi di Suicide Squad, infatti, la nostra anti eroina più impersonata nella storia delle fiere del fumetto si lascia con il suo amatissimo Joker e si ritrova in balia degli eventi e della sua vita. Nonostante questo cerca di nascondere questo fatto nei bassifondi di Gotham (come se il fatto che Joker non abbia più una compagna non sia una cosa che si verrebbe a sapere immediatamente, ma lasciamo perdere) per cercare di mantenere una sorta di status da privilegiata. Questo perché lei, insieme al suo ex fidanzato, hanno procurato parecchi sgarbi a molti brutti ceffi della città e, dal momento che non gode più della protezione del massimo criminale di Gotham, i suddetti cattivi potrebbero tornare a fargliela pagare. Cosa che puntualmente, poi, avviene. Harley, per evitare di venire spellata viva da Black Mask, decide di recuperare un diamante che il super cattivo sta cercando all’interno del quale ci sono tutte le coordinate bancarie di una delle famiglie mafiose più importanti della città, ormai smantellata dopo un forte massacro. Inseguita da una detective alla quale non le viene mai riconosciuto il valore e aiutata da ‘La Cacciatrice‘ e ‘Black Canary‘ combineranno un sacco di casini che le porterà a scontrarsi con Black Mask.

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Cathy Yan dimostra in questo film come la DC stia cercando sempre di più di spostarsi dai canoni stucchevolmente cupi e malinconici che hanno caratterizzato la prima ondata del DCEU. La Gotham che ci troviamo davanti è lontanissima da quella che siamo stati abituati a vedere fino a questo punto: piena di colori, piena di luce, sempre sporca, ma non incentrata sui movimenti nell’ombra e quasi totalmente priva di colori pastello e con il tasto della desaturazione rotto. Esplosioni di colori coronano ogni scena, anche per restare in tema con la vera protagonista di questo film, che ha fatto della sua cromatica composizione d’abbigliamento uno dei punti distintivi del personaggio.
La coralità femminile alla ricerca di una rivalsa sociale contro un mondo che le ha oppresse mi ha ricordato molto un voler scimmiottare Grindhouse di Tarantino. Un problema sorge, però: nonostante mi lasci il beneficio del dubbio che questa regista possa, un giorno, diventare brava quanto il buon Quentin, se non più brava di lui, ora non lo è di certo. Questa mancanza di cura nelle scene d’azione e nel ritmo del film inframezzato da scene ironiche al limite della stupidità denotano come ci sia ancora molto da lavorare per confezionare un film che dovrebbe mostrare molta più violenza e crudezza, ma che si limita prendere di mira le gonadi dei mal capitati che le nostre anti-eroine si trovano davanti durante le scene d’azione.

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I personaggi, oltretutto, sono piattissimi o fastidiosi. Harley Quinn (mi perdonino i lettori di fumetti, ma non conosco la sua storia per filo e per segno) sembra avere qualche deficit cognitivo. Ogni volta che dice qualcosa è estremamente fuori luogo e la fanno apparire come una ‘sciocchina’ capricciosa che non sa MAI il fatto suo, se non quando deve menare le mani. Le altre due attrici sono non pervenute. Hanno solo un’espressione seria o molto arrabbiata e corrono corrono picchiano picchiano. Fine.
Ewan McGregor… Ewan McGregor. “Che t’è successo Ewan? nun sei più rock? Nun sei più mèdal?!”.
No, scherzi a parte, cosa diavolo prende a Ewan McGregor? Ultimamente sembra che venga preso solo per sfoggiare il suo sorrisone scozzese e per fare le faccette buffe. Non vi dico il cringe che si prova nel vederlo recitare facendo il pazzerello mentre improvvisa dei balletti completamente fuori contesto, che risultano come fare una veronica con il pallone tra i piedi, mentre sei solo, in difesa, senza marcatori e inciampi facendoti autogol.

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Questo film ha tutte le basi per rendere il cosiddetto girl power pregno di un sessismo allucinante. La composizione del cast è fatta in modo tale da far risaltare la figura femminile in quanto ricercatrice o di vendetta o di rivalsa personale da un mondo che l’ha oppressa fino a quel momento. Il problema è che non sono state oppresse in quanto donne queste figure. La Cacciatrice è alla ricerca di vendetta perché unica sopravvissuta della famiglia mafiosa trucidata citata poco fa, Harley cerca di risalire la china dopo che ha fatto peste e corna in giro per Gotham insieme a quel mattacchione del suo ex fidanzato e Black Canary lavora come cantante nel locale di Black Mask e, nonostante potrebbe aiutare la polizia, si rifiuta di collaborare con le forze dell’ordine perché queste hanno tenuto in poca considerazione sua madre nel momento in cui lavorava come informatrice anni e anni prima, ormai defunta. Nessuna di queste figure, quindi, è stata discriminata in qualche modo perché appartenenti ad un genere specifico.
Mi spiegate, allora, perché non esistono uomini (intesi come maschi) buoni in questo film? Sono TUTTI indistintamente o tontoloni o persone talmente schifose che nemmeno Jack lo Squartatore prenderebbe in considerazione l’idea di poter stringere la mano a questi personaggi. Si tratta, inoltre, di figure messe lì semplicemente come bambocci da prendere a pugni e ai quale tirare calci nei testicoli per tutto il film, mostrando i loro continui desideri di stupro e di molestie nei confronti di qualsiasi tettemunita presente a schermo. Da fastidio? Abbastanza.

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L’ultima parte in cui ho indossato le vesti da Social Justice Warrior è stata enfatizzata di proposito. E’ chiaro che io non mi sia indignato per quelle cose, ma pensiamoci bene: è veramente attraverso questi termini, anche poco piacevoli dal punto di vista cinematografico, che deve passare un’emancipazione a tutto tondo? Io credo di no.

Dōmo arigatō, e alla prossima!

 

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