Memorie di un Assassino e la riscoperta del cinema coreano

In ritardo di 17 anni e grazie al successone ai premi Oscar e al botteghino di Parasite, l’Italia ha deciso di portarci uno dei primi capolavori del regista pluripremiato Bong Joon-ho, con la speranza che sia solo il primo di una lunga serie. Il protagonista del film è Song Kang-ho, uno degli attori principali anche di Parasite, che compone il variegato cast della pellicola.

 

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Sinceramente speravo che succedesse. Nonostante il premio come miglior film straniero l’avrei dato a Dolor y Gloria di Almodovar, sono felice che Parasite e Bong Joon-ho abbiano fatto mambassa di premi, visto che in questo modo la gente si sarebbe accorta di quanto possa essere figo e interessante il migliore cinema che viene prodotto al mondo in questo momento. Non solo il cinema Sud-Coreano, ma spero tanto che l’ignoranza che ci pervade quando definiamo ‘cinese’ qualsiasi persona con gli occhi a mandorla, spinga i distributori a portare nel nostro paese film proveniente da una grande fetta dell’Estremo Oriente.

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Il detective Park Du-man e il suo partner Cho Yong-gu stanno indagando su un omicidio di una ragazza barbaramente uccisa e stuprata. Non si riesce ad arrivare a una soluzione e l’unico sospettato è un ragazzo con problemi mentali, Kwang-ho, che sembrerebbe fosse invaghito della vittima, a tal punto da seguirla dappertutto. Le accuse a suo carico cadono quando ci si rende conto che, grazie all’aiuto di un poliziotto arrivato di sua spontanea volontà per venire a capo del caso da Seul, Seo Tae-yun, il killer è seriale e ha un modus operandi ben preciso. Attraverso le strade delle campagne coreane il film si prefissa l’obiettivo di esplorare la società di un paese abituato a mostrare solo la grande tecnologia di cui è pervasa la capitale.

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Togliamoci i tecnicismi subito, anche perché non c’è molto da dire.
La pioggia che ingloba le campagna nelle quali avvengono le investigazioni scorre come potrebbe farlo in un film di Tarkovskij. L’acqua è il collante fondamentale che trascina avanti il caso e che al contempo lava via tutte le tracce che potrebbero portare alla conclusione e alla risoluzione di esso. L’inizio del film è una palese citazione a Boiling Point di Takeshi Kitano e il resto della pellicola ricalca il cinema poliziesco Anni ’80 e ’90 proveniente dalla corea e dal giappone. A livello estetico abbraccia, senza nasconderlo, una voglia di noir occidentale e di thriller/giallo europeo in grado di tenere lo spettatore attaccato allo schermo con un mistero da svelare e che spinge chi guarda a immaginarsi congetture e a sospettare di chiunque, soprattutto nei momenti in cui la polizia sembra ritrovarsi davanti ad un vicolo cieco.

La direzione degli attori con tutte le loro sfaccettature è eccelsa e il modo in cui vengono presentati e dipinti i poliziotti aiutano immediatamente a definire il quadro della situazione e di come i personaggi implicati saranno portati ad agire nel corso della vicenda. Non senza che essi abbiano un’evoluzione psicologica e una maturazione, soprattutto professionale, in special modo nell’approccio alla risoluzione dei casi.

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L’intenzione principale di questo film è quella che rende, solitamente, un film di genere come questo più interessante e che riesce ad elevarlo rispetto ai film dello stesso tipo che escono di continuo: il genere è solo un pretesto per parlare di qualcos’altro.
In questo caso Bong ha voluto raccontare le sfaccettature della campagna coreana, con i loro bifolchi diffidenti nei confronti della gente che viene dalla città e la polizia che può muoversi un po’ come gli pare, valicando dei limiti che vanno ben al di là delle possibilità della legge. L’immaginario che esce da questo film è quello di una Corea con poche speranze. Le impossibilità economiche delle province e la routine alla quale la campagna è costretta denota una immobilità sociale che non ha possibilità di salvezza. Una polizia che può fare ciò che vuole con il solo scopo di apparire come eroi, estorcendo confessioni ai sospettati con torture psicologiche e corporali, vedendo un caso di omicidio solo come una scocciature e una grana che si frappone fra sé stessi, una promozione e la gloria eterna.
Il modo in cui è gestita la ricerca del colpevole fa trasparire come il vero assassino è la società, senza un’identità e senza un volto, che si muove strisciando tra il fango e la pioggia e che senza lasciare tracce lascia cadaveri dietro di sé con la sua indifferenza, malattia e pazzia.

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Il mio più grande augurio è, come dicevo all’inizio, che questo possa essere un inizio per la distribuzione del cinema Orientale nel nostro paese, sperando che la mania per il cinema giapponese e coreano duri un po’ di più rispetto alla leggera esplosione che ebbe in seguito all’uscita nelle nostre sale dell’ormai ventenne The Ring.

daedanhi gamsahamnida (대단히 감사합니다), e alla prossima!

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