Nessuno aveva bisogno della terza stagione di Westworld

Classico esempio di come il successo rovina un prodotto perfetto: la nuovissima stagione della serie targata HBO conferma i timori emersi alla fine della seconda e si presenta in sede di esame con una trama confusa, lenta e banale, nulla a che vedere con la ruggente prima stagione. Il cast si salva, anzi si amplia con l’aggiunta di due stelle chiamate Aaron Paul e Vincent Cassel. Ma questo purtroppo non la salva da una recensione negativa.

Tutto sommato, che la serie si fosse conclusa con l’ultima puntata della prima stagione era chiaro a tutti. Che poi l’enorme successo abbia spinto la HBO a spremere la fantasia di Jonathan Nolan e Lisa Joy come fosse un’arancia in una fabbrica della Zuegg, è cristallino. Eppure, con la seconda stagione qualcosa di sensato sono riusciti a produrlo: alla fin fine, è stata una stagione avvincente, con i suoi bei colpi di scena e le sue raffinate riflessioni squisitamente filosofiche sull’io, sul libero arbitrio, sulla coscienza e sulle macchine pensanti.

Peccato che tutto il succo, a quel punto, si fosse esaurito, e allora la terza stagione ha necessariamente dovuto fare appello a un genere trito e ritrito – quello della società distopica divisa fra il controllo da parte dei potenti e la possibilità di una rivoluzione -, per giunta trattato con una confusione che forse sì, ricorda quella terribile sensazione di smarrimento che abbiamo provato con la prima stagione, eppure senza un risultato altrettanto positivo: in poche parole, è tutto un gran casino totalmente privo della profondità tipica di Westworld.

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La trama è semplice: tre mesi dopo il massacro nel parco di Westworld, Dolores usa una falsa identità per avvicinarsi a Liam Dempsey Jr., il figlio del cofondatore della Incite, azienda che si basa sul supporto di un programma di nome Rehoboam, sofisticata intelligenza artificiale alla quale Dolores vuole accedere per diffondere le previsioni fatte dal programma sulla società e, insieme a queste, il caos.

In parallelo, vediamo la comparsa di due nuovi personaggi: Serac, nuovo acquirente della Delos e creatore di Rehoboam, e Caleb, ex militare ora alleato di Dolores. Scopriamo, inoltre, che il personaggio di Maeve ha trovato il modo di ricomparire per l’ennesima volta quando lo davamo per perduto, e sarà proprio lei a diventare, dal canto suo, l’alleata di Serac, il quale la sguinzaglierà contro Dolores.

Ci sono, però, altri personaggi che ritroviamo in questa stagione: Charlotte è infatti stata sostituita da quella che scopriamo in seguito essere una copia di Dolores e si è infiltrata nella Delos; sarà proprio lei a condurci da William, che sta ancora facendo i conti con l’identità che ha lasciato nel parco e i gesti che ha dovuto compiere per sopravvivere. L’ultimo grande ritorno è quello di Bernard, affiancato da uno Stubbs che si scopre essere a sua volta non umano.

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Vorrei poter dire “e fin qui tutto bene”, ma non posso farlo, perché il “tutto bene” non riguarda neppure i primi minuti della prima puntata, una puntata che si rivela come il marchio di tutta la stagione. Il marchio fa emergere nello spettatore i seguenti pensieri:

  • Che palle.
  • Mi sono persa.
  • Ma questo cosa c’entra?
  • Che palle.
  • Aspetta, ma cosa sta succedendo.
  • Va beh, te pareva.
  • Che palle, quanto manca?
  • Oh Maeve è viva, strano.
  • Ma Bernard cosa mi rappresenta?
  • Che palle.
  • Strano che Dolores ammazza tutti, non succede quasi mai.
  • Che palle… Ah è finita.

Eccoci qui. E posso giurarlo, si tratta del percorso che ho affrontato per tutte e otto le puntate. Sostanzialmente, quello che hanno voluto fare è ampliare il pubblico trasformando una serie sul libero arbitrio e le macchine pensanti, in un minestrone di diverse linee narrative, riconducibili a tre classiconi distopici:

  1. Quello in cui la società è governata e strettamente controllata da una sorta di Grande Fratello che sa tutto di tutti, passato, presente e futuro.
  2. Quello in cui una macchina vuole distruggere l’umanità.
  3. Quello in cui un paladino della rivoluzione libera la società dal rigido controllo impostole, aprendo però così le porte al rischio del caos.

Questi tre filoni si intrecciano fra loro, costruendo un edificio narrativo con fondamenta ben poco solide: il motivo è che, preso a sé stante, il genere va benissimo, anzi è pieno di grandissimi romanzi e film che ruotano attorno a questi nuclei fondamentali; ma affiancata a Westworld, che era stato ideato con tutt’altri scopi e tutt’altro tenore, tutta questa trama non c’entra assolutamente nulla. Sembra quasi che abbiano per forza voluto far piacere a tutti una cosa che forse sì, non era possibile che fosse apprezzata da chiunque, finendo però per perdere ciò che contraddistingueva questa serie da tutte le altre, ciò che la rendeva unica. Finendo, dunque, per buttare lì otto puntate che sembrano le carcasse vuote di ciò che Nolan e Joy avevano inizialmente creato.

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Siamo sempre stati abituati a capire molto poco di quello che stava succedendo nel parco, perché tutto sembrava andare oltre ogni nostra comprensione: ma l’effetto era positivo, perché abbiamo sempre saputo che Westworld era come una torre costruita su una miriade di piani e con un’infinità di scale a chiocciola. Così come il viaggio che ci porta al nucleo di ciò che siamo, della nostra coscienza e del dilemma del libero arbitrio, Westworld ci trasportava su livelli sempre diversi di consapevolezza, dentro a dimensioni sempre più profonde dell’uomo macchina e della macchina umana.

Dov’è finito tutto questo? Le macchine, ormai, non sono altro che superuomini, dotati sia della coscienza di un umano che dell’invulnerabilità di un robot. Il dilemma del libero arbitrio, così sofisticato nelle scorse stagioni, qui è ridotto alla capacità di un programma di predire il futuro, e non è neanche davvero il protagonista, dato che il problema viene sostanzialmente messo da parte per dare spazio al distopismo sopra citato.

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Il senso di smarrimento che proviamo così spesso non è dovuto al complesso intreccio delle vicende e dei livelli della narrazione, ma semplicemente alla volontà di voler creare suspense a ogni costo. In cosa si risolve, poi, lo smarrimento? In un nulla di fatto, dato che la soluzione non è mai all’altezza dell’aspettativa. Non solo, si ha anche spesso la forte sensazione che ormai persino i concetti utilizzati siano come parole prive di senso: siamo così abituati a sentir parlare di programma, di sistema, ma cosa vogliono dire veramente? Sono più le volte in cui i dialoghi ci sembrano sostanzialmente vuoti, di quelle in cui ci resta effettivamente qualcosa. E voglio sempre sottolineare che non sto parlando per assoluti, ma semplicemente confrontando questa stagione con quelle precedenti: in questo senso, nessuno aveva bisogno di questa terza stagione, perché è solo l’ombra di ciò che le prime stagioni di Westworld hanno messo in scena.

Una trama banale, di cui abbiamo esempi a iosa e fatti meglio. Dialoghi fin troppo allusivi, che però non nascondono nessuna sostanza: dialoghi di cui ci dimentichiamo così facilmente che sto facendo fatica a scrivere questa recensione, perché non mi ricordo cos’è successo nella maggior parte delle puntate.

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Personaggi che una volta erano tridimensionali, ora si appiattiscono su se stessi. Maeve si trasforma in un burattino nelle mani di Serac, sembra molto più robot adesso di quello che era quando ancora era un residente del parco. William può vantare una sequenza splendida, una delle poche salvabili, in cui ha a che fare con i suoi sé del passato, ma per il resto è come non averlo: certo, se non contiamo il finale in cui esclama che salverà il mondo… Ma come, dove, quando e perché? Bernard passa letteralmente tutta la stagione a girovagare senza scopo e senza meta, e affiancargli Stubbs non lo aiuta sicuramente a emergere.

Da promuovere, nonostante tutto, è Dolores, che almeno acquista un minimo di spessore rispetto al piattume che l’aveva caratterizzata nella scorsa stagione, spessore che si manifesta nella sua evoluzione attraverso le otto puntate. Accanto a lei Serac, che non si può tanto identificare col cattivo, perché paradossalmente è sì colui che tiene nel pugno una società intera, ma d’altro canto è così facendo che previene che il caos si diffonda nel mondo. E poi diciamocelo, Vincent Cassel rende affascinante qualsiasi personaggio interpreti. Anche Charlotte/Dolores si è guadagnata una storyline interessante, che promette sviluppi intriganti per il futuro – sempre che la prossima stagione non si riveli altrettanto inutile.

Infine Caleb è un buon personaggio, anche se il giudizio non può essere interamente positivo più che altro per come l’hanno costruito: resta infatti dubbio se Dolores abbia scelto lui fin dall’inizio, se si sia ricordata del legame fra loro in seguito, perché Bernard sembri conoscerlo e dunque in che modo Caleb risulti la chiave del piano di Dolores fin da prima che ce ne accorgessimo. Insomma, è un personaggio costruito in modo un po’ troppo ambiguo e introdotto in modo un po’ troppo impreciso, per promuoverlo. Soprattutto, delude il fatto che probabilmente sarà lui a prendere il posto di Dolores e a diventare la nuova Katniss Everdeen di Westworld.

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C’è da dire, e mi tolgo il cappello nel farlo, che le scenografie e la fotografia sono sempre di una bellezza mozzafiato, dunque almeno dal punto di vista puramente estetico possiamo restare pienamente soddisfatti. Ma purtroppo questo non basta a salvare una stagione che risulta, se dobbiamo dirlo con una parola sola, noiosa. Con più parole, noiosa, abbastanza lenta, alquanto confusionaria, decisamente superficiale rispetto a quello a cui eravamo abituati, un po’ troppo mainstream. Se le scorse stagioni hanno lasciato il segno, di questa non resta nulla, l’effetto dura quanto dura la – anche fin troppo lunga – puntata: è effimera, dimenticabile, superflua.

La sensazione è che la HBO abbia voluto strafare, commercializzandosi nel farlo. E se solo pensiamo a un altro drammatico esito della voglia di strafare della HBO – e sappiamo tutti che mi riferisco a quello schifo dell’ottava stagione di Game of Thrones -, allora forse non restiamo troppo sorpresi da questa improvvisa svolta nella trama di Westworld.

Non sono sicura che una seconda chance verrà concessa, dalla sottoscritta, a una quarta stagione che è ormai confermata: ma se deciderò, per grazia divina, di proseguire nella visione, spero in un ritorno alle origini e a una rinascita di quel parco che ha dato il via a tutto.

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Cecilia