Cursed: promossa solo per il finale

Disponibile sulla piattaforma dallo scorso 17 luglio, la nuova serie fantasy targata Netflix riscrive una storia da tutti ben conosciuta, senza però lasciare davvero il segno. Il cast, che comprende sia attori noti – Katherine Langford, Gustaf Skarsgård, Daniel Sharman – sia facce nuove, è promosso, ma stravolge quasi completamente i personaggi del ciclo arturiano, per una trama che risulta a tratti banale e scontata, salvata da un finale che invece promette sviluppi davvero interessanti. A voi la nostra recensione.

Dimentichiamoci di Artù, di Merlino e di Morgana come li conosciamo. Dimentichiamoci persino della Excalibur a cui siamo abituati, e di certo dimentichiamoci della Dama del Lago e del Lancillotto tradizionali. Cursed prende il mito che tutti conosciamo e lo ribalta, ispirandosi all’omonimo romanzo illustrato di Frank Miller e Tom Wheeler su cui la serie è basata.

La protagonista, infatti, colei che in questa versione della storia brandisce la Spada del Potere, o Spada dei Primi Re – a tutti gli effetti quella che appare un surrogato dell’Unico Anello che troviamo nella saga di Tolkien – è Nimue, una giovane cui è stato donato un potere molto antico e misterioso, in grado di comunicare con gli Occulti – divinità del popolo fatato dei Fey – e controllare le forze della natura. È per uno sfortunato accadimento che la Spada finisce nelle sue mani, quando sua madre, poco prima di morire, gliela affida, con il compito di consegnarla a Merlino.

Nel viaggio che la condurrà attraverso le terre degli uomini e dei Fey, il sentiero percorso da Nimue si intreccia con quello di Artù, mercenario e tagliagole in disgrazia, di Morgana, sorella di Artù cresciuta in un convento e segretamente alleata del popolo fatato, di Padre Carden, leader dei Paladini Rossi, un ordine combattente fedele alla Chiesa cattolica, in missione per estirpare totalmente la razza Fey. All’inizio del suo viaggio, Nimue mai si sarebbe immaginata di diventare, in breve tempo, il simbolo della resistenza Fey contro i nemici che vogliono vederla scomparire dalla faccia della Terra: ma è a questo che la Spada dei Primi Re conduce, il potere su tutti i popoli.

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Partiamo dal presupposto che riscrivere le storie già ben conosciute da tutti è sempre un grande rischio: il pericolo è quello di forzare troppo le cose e scadere nell’assurdo, oppure di non essere in grado veramente di dare una svolta alla tradizione e ricopiare il mito cambiando semplicemente i ruoli dei personaggi.

Cursed si trova un po’ in bilico fra questi due precipizi: non cade mai del tutto da una parte o dall’altra, ma perde sempre l’equilibrio, e il risultato è una serie che non porta alcuna novità né alla leggenda classica di Excalibur, né sul panorama odierno del fantasy.

La prima reazione che abbiamo di fronte allo stravolgimento della trama classica è quella di chiederci come mai si siano scomodati a mantenere i nomi tradizionali, se questi risultano a tutti gli effetti personaggi diversi. Perché chiamarlo Artù, insomma, se non è il perduto principe Pendragon, allevato dal potente Merlino e destinato a brandire la Spada del Potere? Ci sono addirittura state grandi polemiche, alla luce della scelta di affidare questo personaggio a un attore di colore – e di conseguenza anche il personaggio di Morgana. Sono la prima a disprezzare l’inserimento di “quote nere” soltanto all’insegna del politicamente corretto, ma se effettivamente non si tratta del classico Artù, le polemiche risultano sterili.

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È dunque Nimue la vera protagonista, la tradizionale Dama del Lago, madre di Lancillotto. Chiaramente in Cursed non è nulla di tutto questo: è una Fey con poteri straordinari, che brandisce la Spada dei Primi Re per salvare il suo popolo dall’estinzione. Una perfetta Katniss Everdeen del 2020: un’eroina con meno personalità di quelle che l’hanno preceduta, meno incisività, meno carica empatica. Nulla da criticare a Katherine Langford, che resta una piacevole scoperta fin dai tempi della prima stagione di Tredici, è il personaggio che, a conti fatti, è il meno interessante della serie.

Segue a ruota il povero Artù, e a tratti persino Merlino, interpretato da uno degli splendidi – come sempre – Skarsgård, che per diverse puntate resta un piatto personaggio dello sfondo, privato dei suoi poteri e della sua importanza tradizionali.

Come spesso accade, e in Cursed lo si nota con più chiarezza, sono i personaggi secondari, quelli che lasciano maggiormente il segno, a cominciare dal Cavaliere Verde, capitano della resistenza Fey fino all’arrivo di Nimue, e da Scoiattolo, piccolo, ma coraggioso aiutante dei due leader del popolo fatato. Anche il personaggio di Morgana, la cui storia si discosta decisamente dalla tradizione, riesce comunque a mantenere una certa incisività, lasciando aperti spiragli per il futuro che promettono sviluppi interessanti.

Ma il vero gioiello di questa serie, colui che in diverse occasioni mi ha spinta a proseguire nella visione, nonostante i lunghi momenti morti e le scene già viste e riviste, è il Monaco Piangente, perfetto simbolo dell’antieroe perduto, sulla strada per la redenzione. Daniel Sharman sembra nato per questo ruolo, e il suo viso a dir poco stupendo pare forgiato appositamente per lo sfregio delle lacrime di sangue che gli hanno conferito il nome con cui tutti lo conoscono. A metà fra un Anakin Skywalker di Episodio VI, bellissimo eroe che ha scelto di farsi portatore di morte, e un Kylo Ren di Episodio IX, spirito perduto che sta ritrovando la sua strada, il Monaco Piangente è a tutti gli effetti la novità più riuscita della serie e il personaggio più complesso e interessante di tutti. Una novità che, come tanti avevano subodorato fin dalle prime puntate, non risulta neppure così “nuova”, alla luce della rivelazione che lo riguarda alla fine dell’ultimo episodio.

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Un ultimo episodio che, diciamolo chiaramente, salva da solo un’intera stagione che non era riuscita a convincermi mai fino in fondo. Quel duplice precipizio su cui Cursed si è mantenuta in bilico, ha caratterizzato la serie per nove episodi. Da una parte, gli stravolgimenti spesso sono sembrati troppo forzati, tanto che in diverse occasioni, come si diceva, semplicemente sarebbe sembrato più naturale cambiare i nomi ai personaggi, per crearne di nuovi, che non andassero a legarsi con la tradizione soltanto per una questione di fan service.

D’altra parte, ritroviamo in Cursed fin troppi elementi che abbiamo già visto tante, troppe volte, nel panorama fantasy. Non più tardi di un anno fa, con Amazon Prime Video debuttava Carnival Row, serie fantastica incentrata sul popolo fatato dei Fey, minacciato dalla razza degli uomini. Ritroviamo inoltre il classico leader religioso, a capo di un ordine guerriero, che tanto ci ricorda l’Alto Passero di Game of Thrones. Ancora, a metà fra Game of Thrones e The 100, troviamo un Re del Ghiaccio al comando di popolo vichingo proveniente dal nord, che vuole conquistare la corona appartenente a Uther Pendragon, sovrano giovane e incapace in balìa dei consigli di un Merlino perennemente ubriaco e di una perfida e potente madre. Il paragone è così chiaro che non serve precisarlo.

Così come di fan service puzza anche la rivelazione, già menzionata, rispetto alla vera identità del Monaco Piangente (spoiler per chi non ha ancora concluso la visione della stagione): dobbiamo aspettarci da lui che, in un modo o nell’altro, sia il vero Lancillotto, o in comune con il personaggio tradizionale ha soltanto il nome, assegnatogli, come per il personaggio di Artù, esclusivamente per aumentare esponenzialmente il legame con un personaggio che aveva già conquistato l’approvazione di tutti?

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Insomma, le novità portate da Cursed sono ben poche. A tratti banale, addirittura noiosa, persino fin troppo lunga, se guardiamo al numero di puntate e alla loro durata, risulta essere un prodotto fantasy abbastanza semplice, apprezzabile se lo si guarda senza troppe pretese e senza ricercare qualcosa di nuovo e mai visto. Tutto quanto è però salvato da un ultimo episodio che ha tutto quello di cui un finale ha bisogno: una grande battaglia, colpi di scena che aprono nuovi spiragli per il futuro di ogni protagonista, la conclusione di un viaggio che sembra portare alla morte, ma che sappiamo condurrà invece a una nuova rinascita. Il finale ha ritmo, è incalzante, è interessante. È ben realizzato, ma d’altronde la serie nel complesso è fatta bene, se guardiamo agli effetti speciali, all’ambientazione, persino agli intramezzi illustrati che riprendono il romanzo.

Un finale che, da solo, salva l’intera stagione, e anzi mi convince riguardo un possibile secondo capitolo, di questa serie su cui Netflix, lo si vede chiaramente, ha deciso di puntare molto.

Ma alla fine, insomma, promossa o bocciata? Paradossalmente promossa, con le riserve che ci siamo detti. Se siete persone che mangiano fantasy a colazione, Cursed sarà solo un’altra voce da spuntare nella vostra lista: non aspettatevi un capolavoro, ma neppure una trashata totale – rischio che la serie correva, fin dall’uscita del trailer. Speriamo solo che, con la prossima stagione, la tradizione funga meno da pallido e sfuocato sfondo, e più da colonna portante di una storia che si conferma fra le più affascinanti di sempre.

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Cecilia