Il live action Mulan è un insulto al grande classico

Già immerso nelle polemiche prima ancora di uscire, il live action di uno dei più grandi classici Disney si rivela esattamente all’altezza di ciò che tutto il mondo temeva: un film che poco ha a che fare con lo splendore del cartone animato, con una trama storpiata senza motivo. Regia e sceneggiatura in mano alle donne, che però non riescono a rendere giustizia a uno dei più grandi personaggi femminili di sempre. A voi la nostra delusissima recensione.

Niente Mushu. Ma questo, ancora ancora, lo possiamo accettare.

Niente canzoni. E Mulan (1998) vanta due delle canzoni più splendide del repertorio Disney. Ma possiamo arrivare ad accettare persino questo.

Probabilmente si tratterà di un live action più improntato sulla leggenda, che sul classico animato. Per cui niente Li Shang: chiaro, la Mulan del mito non si è mai innamorata del proprio generale.

E dunque, prendiamo la Mulan del mito: una ragazza qualunque, che si sacrifica per salvare suo padre, che si arruola nell’esercito imperiale senza alcun addestramento e senza alcuna speranza; una ragazza che si finge uomo, che si fa strada abbandonando il proprio nome e la propria identità, che salva la Cina, senza che nessuno mai riesca a smascherarla. Una donna del suo tempo, che sa come funziona il suo mondo, un mondo di uomini, e che si salva grazie all’ammirazione del proprio generale, dopo che questi scopre il suo segreto.

Ecco, Mulan (2020) non solo ha quasi nulla del classico animato, ma ha pochissimo persino della leggenda: è un film che, a conti fatti, risulta un malriuscito inno a un femminismo che, al giorno d’oggi, ha bisogno di schierare donne straordinarie, per far sentire la propria voce. Un femminismo che ha bisogno di fare appello al girl power, per trasmettere il proprio messaggio. Sostanzialmente un femminismo che non ha compreso il valore di una ragazza ordinaria che ha fatto cose straordinarie, sfidando degli uomini in un mondo di uomini.

Il femminismo di Mulan (2020) ha dovuto trasformare Mulan in una strega, ha dovuto darle un dono speciale, un potere unico, che la rende un grande guerriero senza che lei debba fare nulla per diventarlo. Questo femminismo ha dovuto affiancare a Mulan un’altra donna, di fatto sminuendo l’eccezionalità dell’eroina cinese, passando il messaggio che soltanto una strega può distinguersi fra gli uomini: e le donne ordinarie? Be’, le donne ordinarie si sposano.

La Mulan che ci è stata presentata ventidue anni fa era una donna ordinaria che ha fatto cose straordinarie, perché ha avuto il coraggio di sacrificarsi per la propria famiglia, di proteggere il proprio segreto a costo della vita, di affrontare un addestramento che non era nata per affrontare. Una donna ordinaria che è diventata straordinaria, non perché già lo fosse, ma perché ognuno di noi, ogni donna, ogni uomo, può diventare straordinario partendo dal nulla. Mulan è diventata straordinaria percorrendo un cammino durissimo, un cammino che l’ha perfezionata, che l’ha resa un guerriero, non perché già fosse un guerriero, ma perché il suo cuore lo desiderava più di ogni altra cosa: per il proprio padre, per la propria famiglia, per la propria patria e il proprio imperatore… E per se stessa, per scoprire il suo posto in un mondo in cui si sentiva soltanto un’estranea.

La Mulan di ventidue anni fa non ha avuto bisogno di essere una strega per essere straordinaria. Non ha avuto bisogno di un’altra strega, per capire il proprio valore. Non scalava le pareti correndo e non spiccava il volo calciando lance e frecce, perché non serviva che fosse un supereroe della Marvel perché fosse l’unica in grado di salvare la Cina.

Questo live action è un progetto a sé stante, che non c’entra nulla con il classico animato e non c’entra niente con la leggenda. È un progetto che sfrutta una trama già dai più conosciuta, storpiandola con la magia e con soluzioni narrative che nulla aggiungono di positivo a una storia che già da ventidue anni è un’autentica ispirazione.

È un film che non resterà nella storia, se non per i suoi aspetti più negativi. Dopo una serie di live action perfetti, fedeli al grande classico animato, innovativi dal punto di vista tecnico e visivo, di assoluto ed evidente successo, la Disney compie lo scivolone più grande della sua ultima stagione. Propone un remake di bassa qualità, a tratti noioso, a fronte della sua ora e quaranta, che non trasmette alcun messaggio positivo che non aveva già trasmesso il cartone animato. Propone un film affidato a un gruppo di donne, che riescono a rovinare una leggenda: e allora ottengono soltanto che il mondo intero si chieda come mai piazzare una donna alla regia, se questi sono i drammatici risultati. Propone un live action, sfruttando l’onda del trionfo di La bella e la bestia, Aladdin e Il re leone, senza neanche avvicinarsi allo splendore di questi tre film, e neppure al loro successo: anzi, sembra proprio che con Mulan (2020) la Disney si sia impegnata con tutte le sue forze a tirarsi la zappa sui piedi da sola. Come? Diffondendo il film direttamente sulla piattaforma Disney+, facendo sborsare altri 22€ per vederlo e rendendolo così uno dei film più palesemente piratati di sempre.

Di fronte a questo prodotto mediocre, nessuno dei personaggi conquista il nostro affetto e la nostra empatia: Mulan non è l’eroina che tutti noi adoriamo, ma un’ombra neutra, che riesce soltanto a farci pensare con nostalgia alla Mulan di ventidue anni fa, una Mulan che ci è entrata nel cuore grazie alla sua forza d’animo, al suo spirito, alla sua straordinaria ordinarietà. La Mulan di ventidue anni fa era tutt’altro che perfetta, così come tutti noi siamo tutt’altro che perfetti: ma alla fine, basta solo crederci e impegnarsi con tutte le proprie forze, e allora forse tutti potremmo salvare la Cina, anche se, secondo la mezzana, non porteremo mai onore alla nostra famiglia.

E allora, in questo senso, è proprio una figura come quella di Mushu che fa sentire la propria mancanza, e non solo per il suo brillante umorismo. Mushu era lo specchio di come Mulan si presenta al mondo, la spalla che faceva sì che lei esprimesse tutto il suo potenziale narrativo. Ridicolizza il personaggio di Mulan, facendo emergere il suo lato ordinario, ma d’altro canto crede in lei e la sostiene, facendo splendere il suo lato straordinario.

Ehi, sei di nuovo una donna, ricordi? Questo è ciò di cui si sente la mancanza. Una frase che ci strappa un sorriso, ma ci fa anche riflettere. Sei di nuovo una donna, quindi nessuno ti ascolta, nessuno ti considera.

Sei una donna, devi salvare la Cina intera, per mostrare il tuo valore.

Sei una donna, non puoi permetterti di guardarti allo specchio e non sapere qual è il tuo posto: il tuo posto è al fianco di un uomo e tutto ciò che sei si esaurisce qui.

La potenza di certe scene non è dettata dalla spettacolarità, ma dalla profondità di ciò che c’è dietro. Una scena come quella di Mulan che si guarda allo specchio col volto coperto di trucco e non si riconosce; una scena come quella di lei che si taglia i capelli e si traveste da uomo; una scena come quella di una ragazza senza alcun potere speciale che riesce a raggiungere la cima di un palo di legno, trasformando i pesi che la tirano verso il basso in strumenti che la aiutano a salire… Queste scene, la cui potenza dopo ventidue anni ancora ci fa venire la pelle d’oca – complici anche due canzoni indimenticabili, ma preferirei non soffermarmi sulla loro mancanza -, non si possono eliminare.

Una scena come quella di un padre che, davanti ai doni dell’imperatore della Cina, abbraccia la figlia e pronuncia queste parole: Il più grande dono e onore è avere te come figlia. Ecco, una scena come questa, che ancora ci commuove, dopo ventidue anni, non si può eliminare.

Se volete eliminarle, prendetevi la responsabilità di un film che non è un live action, ma qualcosa di completamente diverso, un film che ha sfruttato un mito per poi fare qualcosa di nuovo: ma a sfruttare un mito proponendo una novità si corre sempre un rischio altissimo, quello del paragone. Non serviva a nulla cambiare la trama, non serviva a nulla aggiungere personaggi nuovi e togliere i personaggi che tutti adoriamo: l’unico risultato è chiedersi quale sia l’utilità di una strega che serve un generale del nord, a fronte della totale assenza di un nemico, come Shan Yu, che non si cura del fatto che Mulan sia una donna, ma sorpreso la chiama soldato della montagna e rivolge a lei le proprie attenzioni, ritenendola un guerriero alla pari e dimenticandosi di Li Shang, un uomo.

Se la Disney vuole proseguire con questo progetto dei live action, può farlo, e anche a ragione, visto il successo di alcuni film di recente produzione: ma allora deve mettersi il cuore in pace e restare fedele a se stessa. Prendendo una strada diversa, allontanandosi troppo dai classici che hanno conquistato il mondo, ci si avvicina all’orlo di un baratro su cui difficilmente si riesce a restare in equilibrio: finora, quando si è allontanata troppo, è precipitata nell’abisso.

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Cecilia