Tenet, Dark e Interstellar: spiegazione dei paradossi del tempo

Agli appassionati della serie tv evento tedesca targata Netflix, che si è conclusa lo scorso 27 giugno, Tenet sarà sembrato alquanto familiare: è il viaggio nel tempo, infatti, a farla da padrona, in entrambe le produzioni, ed è il tempo il protagonista assoluto anche in Interstellar. Come mai il viaggio nel tempo ci affascina così tanto? Quali sono i suoi paradossi? Nella nostra analisi proviamo a rispondere a queste domande.

All’origine di ciò che seguirà ci sono due fatti drammatici: una laurea in filosofia e una passione per la fisica di Einstein, Hawking e Heisenberg. Il risultato? Serie tv come Dark e film come Tenet e Interstellar mi mandano in brodo di giuggiole, un brodo da cui una sola creatura può nascere: una chiacchierata sui paradossi del tempo.

Senza sbilanciarci in un giudizio di valore sui tre prodotti televisivo-cinematografici, quello che sicuramente possiamo affermare è che sono forse i tentativi più eleganti – e, a parte Tenet, più riusciti – di avvicinare la massa a uno degli argomenti più ostici e affascinanti della contemporaneità: la filosofia e la meccanica del tempo.

Agostino, Kant e Einstein entrano in un bar

Alla fine del IV secolo, un filosofo e teologo di nome Agostino d’Ippona si poneva una domanda talmente banale che prima di lui nessuno se l’era mai posta: che cos’è il tempo? Se non ci pensiamo, tutti sappiamo cos’è: il tempo fa parte della nostra vita, per non dire che è la componente in assoluto più importante di tutte le nostre esistenze. Ma senza impegno, senza pensarci, ci poniamo questa domanda: che cos’è il tempo? La risposta è il silenzio: non sappiamo cosa sia il tempo, perché ci scorre attorno senza che noi possiamo governarlo, senza che possiamo vederlo o toccarlo. E infatti questa è stata la risposta di Agostino: se ci penso, non so più cosa sia.

Agostino non era un fisico, ma se anche lo fosse stato, la fisica del IV secolo non era la fisica del Novecento. Dunque la sua risposta, da grande teologo, non poteva che essere questa: il tempo non esiste, non come esistiamo noi, come esiste l’erba, come esistono le nuvole, perché è soltanto una dimensione dell’anima. Il tempo è come noi, anime mortali e mondane, “misuriamo” la nostra vita e tutto ciò che esiste e che accade. Il tempo non esiste perché non può esistere: il passato è passato, dunque non esiste più, mentre il futuro, essendo futuro, non esiste ancora. E il presente? Be’, il presente non è che un attimo senza dimensione, un istante inesistente di separazione tra passato e futuro: il presente, quella cosa che crediamo esista più di tutte le altre, perché la stiamo vivendo, la stiamo “toccando”, in realtà ha una doppia non-esistenza, perché non solo non è più, ma non è neppure ancora.

Immanuel Kant, che per grandezza forse supera persino Sant’Agostino, sarà un degno erede, in questo, quando farà del tempo una dimensione soggettiva, trascendentale la chiama, una forma a priori della sensibilità: tradotto, il tempo di Kant non esiste, se non come misura soggettiva delle cose.

Mille e trecento anni separano Sant’Agostino da Kant, e per mille e trecento anni il tempo non è esistito, se non come dimensione soggettiva. Esistevano i viaggi nel tempo? Certamente: il ricordo e l’attesa erano le nostre modalità di viaggiare nel tempo. La memoria del passato e l’aspettativa sul futuro. Non c’erano paradossi, perché se il viaggio era interiore, se il tempo fuori di noi non esisteva, allora tutto era possibile.

Circa un secolo dopo Kant, fa la sua apparizione sulla scena internazionale un altro tedesco, destinato a diventare – probabilmente – il più grande fisico di tutti i tempi: il suo nome era Albert Einstein. Einstein, all’inizio del XX secolo, propone una teoria relativistica della gravitazione, che postula l’esistenza di una quarta dimensione, oltre alle tre già ben conosciute: se fino al 1915 l’uomo ha vissuto in un mondo spaziale, descrivibile concretamente attraverso altezza, larghezza e profondità, da quel momento in avanti il tempo cessa di essere una forma soggettiva, una dimensione dell’anima, e diventa una dimensione dell’universo e della realtà concreta. In altre parole: l’universo non solo può, ma deve essere descritto attraverso tre dimensioni spaziali e una temporale. Il tempo non è più qualcosa che semplicemente scorre attorno a noi o dentro di noi, qualcosa che non possiamo vedere né toccare, ma diventa una rete che avvolge e attraversa tutto l’universo e sulla quale noi – teoricamente – possiamo spostarci: in un mondo ideale, in cui tutte le scoperte che si potevano fare sono state fatte, viaggiare fino al tempo di Cristo non sarebbe tanto diverso dal viaggiare fino in Giappone. Come? Si tratta semplicemente di spostarsi, di percorrere la curva spaziotemporale postulata da Einstein in una direzione invece che nell’altra, e a una certa velocità – secondo Einstein, superiore a quella della luce.

Dal 1915 in poi, il tempo non si può dire provvisto di un inizio o di una fine, come non possiamo dire che lo spazio ad un tratto inizi e all’improvviso finisca: semplicemente, se postuliamo un universo limitato, dovremmo dire che spazio e tempo hanno a loro volta dei confini, che combaciano con quelli dell’universo. Altrimenti, se crediamo in un universo infinito – e si tratta di credere, in entrambi i casi, non potendo in alcun modo provare l’una o l’altra ipotesi, al momento -, concepiamo uno spazio e un tempo senza confini, che farebbero durare un nostro ipotetico viaggio per sempre.

Il principio di causalità: il primo paradosso

Lungi da me aprire un dibattito su uno dei principi più discussi della storia della filosofia e della fisica, è necessario qui introdurlo brevemente, per capire gran parte delle problematiche sollevate dai due film di Nolan e dalla serie tv di Odar e Friese.

Diversamente dal concetto di tempo, la causa è per noi meno problematica: causa è infatti, molto banalmente, ciò che fa essere qualcos’altro. Noi uomini occidentali, figli della scienza cinque-seicentesca, riusciamo persino a fare un passo in più, postulando un principio legato al concetto di causa. Il principio di causalità, tradizionalmente, afferma che un evento passato A può influenzare un evento futuro B, ma non viceversa. In altre parole: ciò che viene prima temporalmente causa ciò che viene dopo, per la maggior parte delle volte seguendo leggi precise. Niente di nuovo, niente di strano, normale amministrazione.

C’è però un problema, insito in questo principio, ed è proprio questo problema a essere sfruttato da Nolan, Odar e Friese: se accettiamo che il tempo è una dimensione che possiamo attraversare come attraversiamo un ponte, allora il principio di causalità che necessita di un prima e di un dopo collassa su se stesso. Se il viaggio nel tempo è possibile, allora il prima e il dopo esistono nello stesso momento, sono sempre esistiti e sempre esisteranno. I momenti passati non sono come mattoni che abbiamo già posato e i momenti futuri non sono spazi vuoti che solo poi saranno riempiti: i mattoni sono già da sempre esistiti, siamo noi a trovarci in punti diversi del muro.

E allora, eccolo il primo paradosso: tutti noi siamo naturalmente portati a credere che ciò che abbiamo alle spalle sia l’unica causa di ciò che abbiamo di fronte, perché la filosofia e la scienza da sempre ci dicono questo. Ma se un giorno una versione più adulta di noi bussasse alla nostra porta e ci dicesse che proviene dal futuro, allora dovremmo necessariamente concludere che il futuro esiste già, o che addirittura è già esistito, se con questo intendiamo che ha già iniziato a esistere e che continua ad esistere tutt’ora.

Facciamo un ulteriore passo. Noi non crediamo alla storia della versione futura di noi sul viaggio nel tempo, così questa rinuncia e se ne va: uscendo di casa, per sbaglio, schiaccia una formica che stava camminando sul nostro pianerottolo, uccidendola. Come leghiamo questi due eventi? Il futuro ha influito sul passato, o continua a essere il passato a influire sul futuro? Entrambe le risposte sono esatte e, paradossalmente, il principio di causalità è sia confermato che confutato.

Un chiaro esempio di questo paradosso lo troviamo in Interstellar. Incontriamo, infatti, a una scena particolare, e anche un po’ inquietante in un primo momento: la giovane Murph, all’inizio del film, assiste nella sua stanza a strani fenomeni, quali soprattutto la caduta di libri dagli scaffali della sua libreria. La sua conclusione è che la stanza è infestata da una specie di fantasma che cerca di comunicare con lei in codice Morse.

È solo alla fine del film che scopriamo l’identità del fantasma: è infatti Joseph Cooper, dopo essere stato inghiottito da un buco nero, a comunicare con la piccola Murph attraverso un tesseratto, uno spazio a più dimensioni in cui riesce a controllare lo spazio e il tempo, e dunque a viaggiarci attraverso.

In questo caso siamo necessariamente portati ad affermare che il futuro ha causato il passato, poiché è il Joseph Cooper del futuro, e dal futuro, a comunicare con la Murph del passato e nel passato, spingendo i libri sugli scaffali e facendoli cadere. Possiamo anzi dire che è solo nel futuro che Cooper è in grado di far cadere quei libri, non prima.

Questo esempio ci fa capire in che senso dobbiamo intendere la realtà di un unico presente cosmico, in cui il passato e il futuro accadono ora, sono da sempre accaduti e per sempre accadranno; in questo tempo, il principio di causalità collassa, perché effettivamente eventi futuri possono causare eventi passati; ma, allo stesso tempo, viene confermato, poiché l’evento futuro è futuro solo per il soggetto che lo sta vivendo, e risulta invece passato per l’universo. In altre parole: ciò che per Cooper e per noi che guardiamo il film è successo nel futuro, in realtà per Murph e per l’universo è già successo nel passato, per cui il principio di causalità viene rispettato.

La causalità inversa e il paradosso dei positroni di Feynman

Questa volta è utile, come prima cosa, mostrare l’esempio cinematografico concreto che si fonda su questo secondo paradosso: la memoria è fresca, avendo tutti noi appena visto il film, dunque non dovrebbe essere difficile ricordare che il nucleo narrativo che in Tenet dà il via agli eventi è la scoperta di questo materiale che inverte l’entropia degli oggetti, facendoli esistere “al contrario”.

Ora, è innanzitutto necessario fare un po’ di ordine in questo marasma, decisamente non da Nolan se consideriamo l’illuminazione divina che sembra aver ricevuto scrivendo Interstellar. In primo luogo, l’entropia non c’entra nulla con il tempo, per cui non è invertendo l’entropia che si inverte la linea temporale di un oggetto: certo, le due cose possono essere, e quasi sicuramente sono, collegate, ma nessuno ancora ha dimostrato, né in teoria, né tantomeno in pratica, di che natura sia questo legame.

In secondo luogo, non è chiaro come un materiale possa invertire la linea temporale di un oggetto, considerando che poi, per il resto del film, vediamo auto, edifici e persone “viaggiare al contrario”, senza che di questo fantomatico materiale si parli più di tanto. È infatti più il tempo in sé a essere letto in due direzioni diverse, per cui, se una persona si trova nella “linea temporale contraria”, è come se stesse viaggiando nel passato, tornando sui propri passi, per poi ritornare nella “linea temporale corretta” e ricominciare ad agire seguendo il tempo pubblico – ovvero il tempo vissuto nella normalità dalla maggioranza delle persone.

Ciò che è importante notare, in questo discorso, è la modalità con cui si verifica il viaggio nel tempo, ed è questa, secondo me, la parte più interessante e meno confusa del film: in sostanza, non esiste nessuna macchina del tempo che ci toglie dal futuro e, un secondo dopo, ci fa apparire nel passato, bensì siamo noi a dover ripercorrere al contrario il tempo, interagendo col mondo come se scorresse nella direzione opposta. E dunque, agli occhi del mondo, una pallottola sparata da me che mi trovo nella “linea temporale contraria”, è semplicemente una pallottola che sfreccia verso la canna della pistola. In questo senso, sono oro colato le parole di Laura, quando il Protagonista cerca di recuperare la pallottola posata sul tavolo: devi averla fatta cadere, prima di riprenderla. Peccato che poi da lì esploda una confusione assurda, ma questo è un altro discorso.

Perché una pallottola possa sfrecciare verso la canna della pistola, deve essere prima stata sparata fuori. Il prima non è inteso in senso stretto, come abbiamo modo di vedere, ma in senso lato, poiché addirittura, nel film, le pallottole a ritroso sono spesso sparate dopo che abbiamo già visto la scena in cui tornano indietro.

È a questo punto che viene introdotto il concetto di positrone, che potrebbe non suonare familiare alle orecchie di tutti coloro che si recano sereni e tranquilli a vedere il film di Nolan. Nel secolo della meccanica quantistica, ovvero il Novecento, si scopre che esiste una cosa chiamata antimateria: quando ne sentiamo parlare, la nostra mente viaggia subito verso mondi sconosciuti ed esotici, ci immaginiamo buchi neri, universi a più dimensioni, misteri che neanche il Padreterno può risolvere. Calma. L’antimateria non è che un’anti-materia, ovvero un insieme di particelle che semplicemente posseggono una carica opposta rispetto alle particelle complementari, dotate di uguale massa. Per fare un esempio che tutti conosciamo, nel nucleo di un qualsiasi atomo si trova un certo numero di protoni, che sono particelle di carica positiva: ecco, una particella di uguale massa, ma di carica opposta, ovvero di carica negativa, è chiamata antiprotone, ed è l’antiparticella del protone, ovvero una delle componenti dell’antimateria.

Fine dell’antimateria.

Chiaramente la sto facendo facile, il discorso è infinitamente più ampio e complesso, ma il nucleo fondamentale, ve lo posso giurare, è questo. Dunque, cos’è un positrone? Semplicemente l’antiparticella dell’elettrone, è un elettrone con carica positiva. Ed esistono in natura da soli, non pensate che siano chissà quale prodotto di chissà quale viaggio nel tempo che potremo scoprire soltanto in un futuro remoto. Se qualcuno, malauguratamente, sa che cos’è una PET, sa anche che è una delle tecniche più efficienti, ad oggi, per trovare cellule tumorali all’interno di un organismo: ecco, la PET funziona con i positroni. Nulla di fantascientifico.

Da dove nasce il paradosso, dunque? Nasce da una intuizione di Richard Feynman, uno dei più grandi fisici della contemporaneità – e forse di sempre. Ma prima un po’ di definizioni, che possano aiutarci a capire questa intuizione. In meccanica quantistica, ciò che conta – e ciò che è problematico – è lo stato di una particella, ovvero, per intenderci, l’insieme di posizione, energia, tempo e velocità: dove si trova l’elettrone, quando si trova in quel punto, con quale velocità e con quale energia, sono tutte domande strettamente collegate, in meccanica quantistica.

Questo stato, volendo scriverlo in termini matematici, è espresso da una funzione d’onda, la quale, come tutte le funzioni, ha di solito una variabile a sinistra dell’uguale e delle operazioni fra altre variabili a destra dell’uguale. Basic maths for dummies.

Ora, la funzione d’onda di un elettrone è molto complessa, ma si riconoscono elementi che compaiono sempre: uno di questi è il prodotto fra l’energia e il tempo. Ricordiamo, prima di proseguire, che l’energia della materia è sempre positiva, e per contro quella dell’antimateria sempre negativa. Se, dunque, nella funzione d’onda di un elettrone sostituiamo il valore positivo dell’energia con uno negativo, ricaviamo un “elettrone con segno opposto”, ovvero un positrone.

Ma proviamo a cambiare il segno al tempo: così facendo, resta tutto come prima. Dunque, matematicamente parlando, un elettrone che si propaga nel tempo “normalmente” può essere interpretato come un positrone che si propaga nel tempo “al contrario”, ovvero all’indietro nel tempo.

Questo significa che tutti i positroni sono particelle che viaggiano a ritroso nel tempo? Chiaramente no: stiamo parlando di interazione fra materia e antimateria in termini di calcolo teorico. Feynman ha sfruttato questa intuizione per descrivere l’incontro fra un elettrone e un positrone, costruendo un diagramma in cui la direzione per corsa dal positrone, in termini di tempo, è opposta a quella dell’elettrone: sembra dunque che il positrone viaggi indietro nel tempo, per incontrare un elettrone. Ma dobbiamo ricordare che il diagramma di Feynman è una descrizione matematica, non fisica dell’interazione fra la particella e la sua antiparticella.

Ecco spiegato il paradosso del viaggio nel tempo di Tenet: Nolan ha resto reale una relazione che, in meccanica quantistica, è solo teorica, matematica. È chiaro che la causalità risulta effettivamente inversa, in questo caso, poiché nella “linea temporale contraria” il mondo si svolge in senso opposto, dunque concretamente un evento che a noi risulta futuro è causa in senso stretto di un evento che ci risulta passato… ma, nella “linea temporale contraria”, il principio di causalità è rigorosamente rispettato!

Il loop causale e il paradosso di Bootstrap

È Dark a venirci in aiuto, nell’analisi di questo splendido paradosso: nella seconda stagione, scopriamo che sia la macchina del tempo che il libro sui viaggi nel tempo, entrambi ideati da Tannhaus, sono stati creati sulla base di… se stessi. Già, perché versioni future sia della macchia che del libro vengono consegnate a un giovane Tannhaus, nel passato, e sarà proprio copiando quelle versioni future, che l’inventore creerà le sue due opere più importanti.

Per chiarire meglio il paradosso, ne espongo una versione alternativa: un giorno, uno scienziato riesce a costruire una macchina del tempo, ed essendo un appassionato di poesia, decide di usare la macchina per tornare nella Londra di inizio Ottocento e far autografare il suo libro delle Odes di Keats all’autore in carne ed ossa. Lo scienziato vaga per la Londra dell’epoca, finché non incontra per caso uno studente giovane e malaticcio: i due iniziano a parlare e lo scienziato, poco prima di sparire misteriosamente, regala al giovane uno strano libro contenente delle bellissime poesie. Il giovane studente rimane completamente rapito da quei versi, non resiste, li copia e li fa stampare a suo nome: John Keats…

Chi ha composto le poesie? Non è stato Keats, perché, si è scoperto, le ha soltanto copiate; eppure è stato lui, perché le ha copiate da un libro, proveniente dal futuro, contenente le sue poesie.

Per questa versione del paradosso ringrazio uno dei miei professori all’Università degli Studi di Milano, Giuliano Torrengo, autore di un libro meraviglioso sui viaggi nel tempo, che consiglio agli appassionati (I viaggi nel tempo. Una guida filosofica); ma di versioni alternative se ne possono creare a iosa.

Un altro esempio ci viene sempre da Dark: nella terza stagione, scopriamo che la piccola Charlotte è stata portata via dai genitori – Elisabeth e Noah – da una Charlotte adulta, che è stata catapultata nel futuro nel momento dell’esplosione della centrale, e da una Elisabeth più adulta, probabilmente per salvare la bambina da una vita in un mondo post-apocalittico. E, aggiungiamo noi, per far sì che il ciclo di nascite che possiamo definire autoreferenziale, in quanto la figlia è madre della propria madre, venisse rispettato.

Dove sta l’origine di Charlotte ed Elisabeth? Entrambe sono madri ed entrambe sono figlie. Interpretando il principio di causalità in modo rigoroso, assistiamo qui a un paradosso coi fiocchi, poiché la relazione causale collassa su se stessa: una stessa cosa risulta causa ed effetto di se stessa. Una relazione che dovrebbe essere asimmetrica – la madre può esistere senza che esista la figlia, mentre la figlia non può esistere senza che sia esistita la madre – diventa simmetrica, per cui anche la madre non potrebbe essere esistita senza che fosse esistita la figlia.

Cambiare il passato: il paradosso del nonno e il multiverso

Mi accingo a esporre uno dei miei paradossi preferiti, nonché l’unico paradosso che viene chiaramente esposto all’interno di uno dei tre prodotti cinematografico-televisivi che stiamo considerando. In Tenet, quando diventano chiare le intenzioni di Sator, Neil presenta al Protagonista il famosissimo paradosso del nonno, che rappresenta alla perfezione l’assurdità del piano di Sator.

In sostanza, un nipote A decide di tornare indietro nel tempo per uccidere il nonno B; ma così facendo, impedisce a B di avere figli, dunque nipoti, dunque A non è mai esistito per tornare indietro nel tempo a uccidere B; ma non essendo mai esistito A, allora B non è mai stato ucciso, dunque ha potuto avere figli e nipoti, A è potuto nascere e tornare indietro a uccidere B, e così via, all’infinito. A meno di non introdurre una soluzione coerente con il multiverso, il paradosso del nonno è irrisolvibile, e questo viene specificato chiaramente nel corso del film, non solo da Neil, ma anche da Priya (nella scena in cui parla col Protagonista, dopo essere stata allontanata dalla processione religiosa).

È chiaro, dunque, perché il piano di Sator, e quindi dei misteriosi nemici del futuro, appaia così paradossale: se consideriamo un universo chiuso, il solo fatto che quei nemici esistono nel futuro dimostra che il piano nel passato non ha funzionato. Nolan decide di risolvere questo paradosso introducendo una soluzione apocalittica, che prevede la distruzione totale dell’universo, come se collassasse su se stesso: scelta discutibile, che va a creare solo ulteriore confusione, ma mi ero ripromessa di non esprimere giudizi di valore, dunque mi fermo qui.

Nella mia recensione della terza stagione di Dark, con annessa spiegazione del finale – la trovate nel nostro sito, se vi va di darle un’occhiata -, ho aggiunto, in conclusione, una parte dedicata al finale alternativo che Odar e Friese avrebbero potuto dare alla serie, servendomi proprio del paradosso del nonno. Salvando il figlio di Tannhaus, Jonas e Martha impediscono a Tannhaus stesso di creare la macchina del tempo, dunque i due universi paralleli in cui esistono Jonas e Martha: sostanzialmente abbiamo due nipoti che uccidono un nonno, e così facendo rendono impossibile il loro stesso intervento nel passato per salvare il figlio di Tannhaus… perché, a tutti gli effetti, non esistono, e non sono mai esistiti!

Un finale alternativo, che avesse voluto dare una conclusione non conclusiva alla serie, avrebbe sfruttato questo paradosso, per riaprire il ciclo di eterno ritorno e far sì che si concludesse tutte le volte nello stesso modo: con Jonas e Martha che impediscono la costruzione della macchina del tempo di Tannhaus nel mondo d’origine, ma che, così facendo, cancellano la propria esistenza, e il proprio intervento per impedire la costruzione della macchina del tempo nel mondo d’origine, cosa che necessariamente conduce all’incidente e alla costruzione della macchina del tempo che creerà i due universi paralleli di Jonas e Martha… che, alla fine del ciclo, torneranno nel mondo d’origine per impedire la costruzione della macchina del tempo!

Come dicevo, questo paradosso è irrisolvibile, se non si introduce una teoria del multiverso che fornisca la seguente soluzione: il nipote A torna sì indietro nel tempo e uccide il nonno B, ma il solo fatto di tornare indietro nel tempo apre una linea temporale alternativa, di fatto creando un universo parallelo – o infiltrandosi in un universo parallelo già esistente. A uccide B, ma non B del suo universo, bensì B dell’universo di un’altra versione di sé. Questa soluzione sta alla base di tutte le storie in cui il passato può essere, ed effettivamente è, modificato: se solo avessero gestito meglio quell’obbrobrio di Avengers – Endgame, sarebbe stato chiaro che l’universo che Tony Stark e gli altri salvano non è quello che Thanos aveva distrutto. In sostanza, gli Avengers salvano un altro universo, e il loro universo continua a esistere con metà della popolazione cosmica. La stessa cosa accade in tanti altri film e fumetti della Marvel, primi fra tutti quelli degli X-Men: sono più i personaggi misteriosamente morti e resuscitati da un film all’altro, che quelli di cui si capisce chiaramente qualcosa della storyline!

La dilatazione temporale gravitazionale: il paradosso del tempo relativo

Quando Einstein formulò la sua teoria della relatività, il tempo smise non solo di essere una dimensione soggettiva, ma anche di essere “uguale per tutti”. Cosa significa? Facciamo un esempio molto semplice, che non c’entra con la dilatazione temporale gravitazionale, ma che ci aiuterà a capire meglio il concetto di tempo relativo. Supponiamo che due gemelli siano a capo di un’operazione spaziale: il gemello A è incaricato di gestire la spedizione dalla Terra, mentre il gemello B sarà a bordo di un’astronave in partenza per un viaggio interstellare. Questa astronave è stata costruita perché sia in grado di viaggiare a velocità prossime a quella della luce – cosa che, lo ricordiamo, oggi non è neppure lontanamente possibile. Il gemello B parte per la sua missione e fa ritorno dopo ben 50 anni: quando il gemello A, ormai più che ottantenne, incontra di nuovo il gemello B, scopre che questi non è invecchiato di un solo giorno.

Com’è possibile? Il tempo, che credevamo assoluto, in realtà si scopre relativo, per cui più la velocità di un corpo si avvicina a quella della luce, più il tempo, per quel corpo, scorrerà lentamente, fino a raggiungere, idealmente, uno stato di “quasi-immortalità”.

Una volta capito questo, è facile accettare che il tempo, come dicevamo, non deve più essere considerato come quella cosa che abbraccia inesorabilmente tutto l’universo, indipendente dallo spazio e dai corpi che occupano questo spazio. Quando usciamo a cena con gli amici, il tempo sembra scorrere più velocemente, rispetto a quando stiamo facendo le flessioni – per chi di noi le fa: allo stesso modo, concretamente il tempo scorre più lentamente in prossimità del centro di un pianeta o di una stella, oppure di un buco nero, e più grande è il corpo celeste, più lentamente il tempo passerà, in prossimità del suo centro.

Troviamo questa situazione paradossale in Interstellar, tutte quelle volte in cui Cooper e il resto dell’equipaggio dell’Endurance calcolano il costo, in termini di anni, di una determinata operazione: restando lontani dall’orbita del primo pianeta, guadagneranno qualche anno, ma l’imprevisto che li trattiene sul pianeta fa sì che, mentre sulla superficie non sono passate che tre ore, sull’Endurance sono trascorsi 23 anni. Questo è possibile perché il pianeta si trova pericolosamente vicino al buco nero Gargantua, la cui gravità rallenta esponenzialmente lo scorrere del tempo. Una situazione analoga la incontreranno Cooper e Brand, quando decideranno di utilizzare il buco nero per raggiungere il terzo pianeta: questa manovra ci costerà ben 51 anni sulla Terra, afferma Cooper. Non si tratta di fantascienza, ma di realtà.

Possiamo osservarlo persino restando sul nostro pianeta, senza il bisogno di avvicinarci a un buco nero: gli orologi atomici posizionati a differenti altitudini registrano, dopo un certo intervallo, tempi differenti. È chiaro che la differenza sarà minima, nell’ordine di pochi nanosecondi, poiché la forza di gravità sulla superficie della Terra non è tanto maggiore rispetto a quella misurata sulla cima di una montagna. Eppure, la differenza c’è: se aumentiamo la grandezza del corpo celeste, se questo diventa sempre più pesante, il potenziale gravitazionale aumenta, dunque il tempo trascorso sarà diverso, rispetto al tempo trascorso su un corpo celeste più piccolo e leggero.

Un buco nero come quello raffigurato in Interstellar ha un campo gravitazionale così intenso da non lasciar sfuggire nulla, né la materia, né le radiazioni, né la luce… né il tempo. Come più volte affermano nel film, la gravità è l’unica forza che può sfuggire al tempo: la gravità attorno a un buco nero è talmente forte che tende a concentrare lo spaziotempo verso il centro, dove si teorizza – e, per ora, possiamo soltanto teorizzarlo – uno stato della materia di curvatura spaziotemporale tendente a infinito e di volume tendente a zero, chiamato singolarità. Uno stato di materia paradossale: il nulla eterno, che sfugge a qualsiasi legge che noi piccoli uomini possiamo anche solo lontanamente concepire. È questa la singolarità che Stephen Hawking poneva all’origine di tutto l’universo, all’origine del tempo stesso.

Follow us:

Cecilia