Waiting For The Barbarians, ma in realtà aspetti solo la fine del film

Il regista colombiano Ciro Guerra porta al cinema un film che strizza l’occhio alla settima arte d’altri tempi e tramite la sceneggiatura del Premio Nobel Coetzee tenta di raccontare una storia in costume parlando di razzismo. Per fare ciò si contorna di un cast di primissimo livello, composto da Johnny Depp, Robert Pattinson, Mark Rylance e Gana Bayarsaikhan.

Un magistrato prossimo al pensionamento si trova a gestire un avamposto di confine tra un Impero (idealmente quello inglese, ma non è mai specificato come tale) e le terre dei ‘barbari‘, popolazioni nomadi che popolano i deserti e i territori oltre le montagne. La vita scorre tranquilla in questo avamposto, fino all’arrivo del Colonnello Joll, incaricato di investigare su un furto di bestiame per il quale vengono incolpati due nomadi delle popolazioni barbare sopra citate. L’unico motivo per cui viene messa in atto questa messa in scena è per incolpare i due nomadi e dare alla popolazione ‘nemica’ un motivo per attaccare e potergli così muovere guerra legittimamente, per il mero gusto della conquista. Il magistrato cercherà in tutti modi di intralciare le indagini del Colonnello, cercando di rendere giustizia al popolo nomade. Si innamorerà di una mendicante facente parte del suddetto popolo e per questo finirà per pagarne le conseguenze amaramente, dato il suo aperto schieramento contro l’Impero.

Il film si basa sul concetto stesso della lingua greca di βᾰ́ρβᾰροι (barbaroi), ovvero ‘coloro che balbettano’, dal momento che non sapevano esprimersi correttamente nella lingua di Atene. Ma cosa rende un individuo un ‘barbaro‘? La narrazione gira costantemente attorno a questo dilemma, mostrando le azioni dei popoli conquistati dall’Impero, ormai piegati e soggiogati al volere del Regime, dei Nomadi, e dell’Impero stesso, lasciando allo spettatore l’interpretazione, anche esageratamente didascalica, di che cosa significhi essere propriamente dei ‘barbari’ in questo mondo.
Il film si prendere sempre i suoi tempi, strizzando l’occhio al cinema Classico in costume, rallentando i ritmi all’inverosimile, mostrando ogni azione dei suoi protagonisti dall’inizio fino al suo compimento, dipingendo una vita monotona in un accampamento abbandonato da Dio e dalla Corona.

Preferisco parlare delle qualità tecniche del film alla fine, perché non c’è molto da dire, data la qualità del prodotto finale sul piano visivo (ricordiamo che era in concorso per il Leone d’Oro alla scorsa edizione del Festival di Venezia), ma su cosa non funziona a livello di sceneggiatura e di dilatazione del tempo.
L’idea di suddividere la narrazione per stagioni è buona, poiché fornisce al regista uno stratagemma per potersi muovere nella storia senza doversi inventare chissà quali guizzi registici per dare allo spettatore il senso del passare del tempo, ma le stagione sembrano passare per davvero quando sei in sala.
Voglio precisare che non ho nessuno problema nel godermi film definiti generalmente ‘lenti’, ma qui si è esagerato un pochino, soprattutto a causa del fatto che tutta la narrazione non si sappia dove voglia effettivamente andare a parare.

E’ chiaro il concetto del razzismo e dei barbari, ma quindi? Adesso? Dobbiamo sorbirci tutte le torture inflitte al povero magistrato per aver tradito la Corona e l’Impero? Senza contare che ci sono anche degli inserimenti ‘onirici’ nel film, immaginati dal nostro magistrato protagonista, nel momento in cui si ritrova a meditare sulla donna Nomade della quale si è innamorato, ma che non vede l’ora di potersene tornare al suo accampamento dal suo popolo e dalla sua famiglia. Scene oniriche, queste, inserite un pochino senza cognizione di causa.
La reiterazione dei movimenti del magistrato non comunicano solo, in ultima analisi, la quotidianità e lo scorrere sereno del tempo, ma anche una mancanza di idee più originali per poter far convivere tutte queste popolazioni e ideologie di vita a stretto contatto l’una con l’altra.
Una nota di merito va data all’inspiegabile scena dell’attacco improvviso di narcolessia del nostro protagonista mentre si mette a lavare i piedi della ragazza Nomade. Mistero irrisolto e irrisolvibile.

Come ho annunciato qualche riga fa non ho nulla di cui lamentarmi dal punto di vista tecnico. La regia si prende i suoi tempi insieme alla narrazione, la fotografia segue lo scorrere del tempo e gli attori si sono tutti fregiati di una buona prova. Vedere Johnny Depp così ‘appuntito’ e cattivo fa un certo effetto, devo dire. Quegli occhialini da sole lo fanno sembrare il più grande stronzo sulla faccia della terra, a ragion veduta, tra l’altro.

Chi di voi ha visto questo film? Non credo ci sia stata una corsa alle sale per poterlo visionare, ma spero di trovare qualcuno che ha delle idee diverse da quelle da me espresse poc’anzi.

Dōmo arigatō, e alla prossima.

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Jakk